NOLA: CALA IL SIPARIO SULLA QUARTA EDIZIONE DEL FESTIVAL DEI DIRITTI DEI RAGAZZI

5000 studenti in Piazza Duomo. Il Vescovo Benianimo Depalma: “No ai muri spinati dell’Europa”. Tra pochi giorni Roccarainola accoglierà ed ospiterà una famiglia profuga siriana.

Festival 1ra.na. - 11-04.2016 - Una bella e consolidata realtà vissuta per il quarto anno consecutivo con gioia, entusiasmo e passione. Cala il sipario sul Festival dei diritti dei Ragazzi organizzato dall’Ufficio Scuola della Diocesi di Nola, dalla Cooperativa Sociale Irene ’95 di Marigliano e dall’Assessorato ai Beni Culturali del Comune di Nola.

Festival 21Siamo tutti migranti” il tema scelto per questa quattro giorni di incontri, convegni, testimonianze e dibattiti che ha affascinato, catturato, divertito e fatto riflettere accendendo i riflettori su una delle tamatiche più attuali del momento.

Questa sinergia che si è creata tra la Cooperativa sociale Irene ’95, l’amministrazione Comunale, i dirigenti scolastici ed i docentiha sottolineato Don Virgilio Maroneci ha facilitato il compito per poter costruire un percorso che ci aiuta ad andare avanti”.

Festival 3Solo con la cultura e l’istruzioneha affermato Cinzia Trinchese assessore ai beni Culturali del Comune di Nolasi sconfigge ogni forma di prevenzione ed arroganza. Nola in questi cinque giorni si è confermata terra di accoglienza ed amicizia; già in apertura c’è stata una piazza gremita ed una esplosione di giovani in festa. Ed oggi lo è stata ancor di più”.

Festival 4Non solo divertimento, creatività, fantasia, gusto, palato ma anche tanti momenti di riflessione. Un Festival in cui tutti hanno creduto e che nemmeno la pioggia sabato è riuscita a fermare; sport in piazza infatti nonostante il maltempo con giovani e meno giovani impegnati in una gara podistica di 4 chilometri guidata dall’associazione sportiva Nola Running. E poi le comunità, gruppi civili e pieni di voglia di vivere che hanno animato la 4 giorni. Tante le realtà coinvolte dal Marocco, Brasile, Perù, Polonia, Grecia ed Albania.

Festival 5Questa mattina la marcia finale con partenza da piazza d’Armi con la presenza di tanti sindaci del nolano tra cui il sindaco di Nola Geremia Biancardi, di Scisciano Edoardo Serpico. In corteo anche il Procuratore capo della Repubblica Paolo Mancuso, Beniamino Depalma Vescovo di Nola, tanti amministratori e soprattutto loro: circa 5.000 studenti accompagnati da docenti e genitori che, passando per Piazza G. Bruno, la Villa Comunale si sono riversati in piazza Duomo diventata in pochi minuti una piazza straordinaria con una grande esplosione di colori ed emozioni.

Il Festival dei diritti dei ragazziha sottolineato il Sindaco Geremia Biancardicontinua ad essere una grande occasione per le istituzioni; ora dobbiamo fare in modo che il prossimo anno Nola diventi città dei ragazzi d’Italia”.

Festival 6Per noi oggi c’è una speranzaha affermato padre Beniaminopossiamo continuare a sognare; ragazzi, avete invaso Nola e ci avete portato gioia; conservata questa capacità. Da giovani potete cambiare il mondo. Grazie all’Ufficio Scuola della Diocesi, alla Cooperativa Sociale Irene, all’amministrazione comunale di Nola, ai dirigenti scolastici: insieme avete creato una grande rete. Oggi siete grandi maestri per l’Europa che sta creando muri spinati. Non bisogna avere paura del diverso; abbiamo in comune la stessa radice. Ogni bambino ha diritto alla vita, libertà, felicità, al gioco e all’esercizio; facciamo una grande catena di solidarietà per quei bambini che aspettano di passare le barriere. Auguri per il vostro futuro”.

Festival 7Una bella manifestazione, dunque, testimonianza diretta che uniti si ottengono grandi risultati. Anche nella praticità in termini di aiuto concreto e non solo idealistico. Al termine della marcia, infatti, il vice presidente della cooperativa Irene ’95, Salvatore Fedele, anima pulsante del Festival, ha annunciato che nei prossimi giorni Roccarainola accoglierà ed ospiterà un’intera famiglia profuga della Siria. Mancano solo le ultime autorizzazioni dei competenti ministeri e la procedura sarà completata. Una bella notizia che sa di speranza.

BAIANO / ANTONIO CACCAVALE E FRANCO SCOTTO: QUANDO LA STORIA RACCONTA IL TERRITORIO E ISPIRA LA TRASFIGURAZIONE NARRATIVA

All’” Incontro “La rivisitazione del micro-cosmo sociale di Tufino negli itinerari di cave e cavità con la guida speciale di Nunzio Troilo e la trama de “L’alba nei suoi occhi”, una intensa vicenda d’amore, ambientata nel secondo dopo-guerra

 

Circolo LIncontroGianni Amodeo – 03.04.2016 - Un prologo di divulgazione scientifica  interessante ed efficace, con il supporto di filmati e diapositive, per focalizzare e analizzare compiutamente  la conformazione del territorio;  prologo sviluppato con linguaggio lineare e chiaro dal geologo Nunzio Troilo - docente in Istituti statali d’istruzione superiore-  per rappresentare le mappe geologiche con cui si identificano le peculiarità dei cosiddetti Distretti vulcanici dei Campi Flegrei e del Vesuvio, il cui assetto  si è venuto componendo  39 mila anni fa con i materiali delle “ nubi eruttive”, formando  quella vasta stratificazione di pietra tufacea, che connota il sottosuolo  della pianura campana e l’area nolana, che ne è parte integrante. Sono le mappe, che permettono di far risaltare -e comprendere- le specificità delle interazioni tra territorio e storia umana, l’ambiente naturale e l’ambiente artificiale del “costruito”, i fattori climatici e i processi di antropizzazione che, com’è ben noto, negli ambiti di pianura sono strutturalmente i più antichi nell’evoluzione della scala dell’incivilimento lungo i tornanti del divenire storico.  

Con questa chiave di lettura introduttiva, il professore Troilo nei locali del Circolo socio-culturale “L’ Incontro” puntava l’obiettivo sulle “schermate”, che configurano ancora ben visibili gli scenari di cave e cavità, che per secoli sono stati- e parzialmente lo sono ancora- gli elementi caratterizzanti della realtà di Tufino e … dell’intero contesto fino a Casalnuovo e Napoli ;  cave e cavità, da cui si estraevano le pietre tufacee di largo e prevalente utilizzo nell’edilizia. Un materiale costruttivo, quello delle pietre tufacee, specie se con basso indice di porosità, che soltanto mezzo secolo fa- poco più o poco meno- è stato soppiantato dal duttile cemento, mentre nei nostri giorni si consolida l’uso di altri materiali costruttivi secondo i moduli della bioedilizia.

Cacavale e Scotto 1Nella ricognizione, con puntuali e congrui riferimenti alla storia del   territorio, era disegnato l’itinerario della possibile ri-attivazione funzionale soprattutto delle cavità, utilizzate da sempre per la conservazione delle derrate agro-alimentari ed enogastronomiche … allo stato di freddo biologico \ naturale. E sono cavità, che ancora insistono non soltanto sul territorio di Tufino, ma anche in quello di Casamarciano, Cicciano e Comiziano. Un itinerario, che, con le debite proporzioni e in scala ridotta, potrebbe ispirarsi al modello di valorizzazione turistico-culturale delle cavità che compongono il “paesaggio” della Rupe di Orvieto.

DAL TERRITORIO ALLA STORIA DI TUFINO

Con la dimensione territoriale si apriva il viatico per quella sociale di Tufino, il toponimo che la dice chiara e lunga sulla micro-storia della comunità cittadina , le cui condizioni di vita materiale sono state per lungo corso di secoli intrecciate con l’estrazione delle pietre tufacee. Un sistema di attività, ch’era all’origine della filiera dell’edilizia del territorio, con varie tipologie di tecniche lavorative. Come per dire che cave a cielo aperto e cavità, incise e strutturate con pareti laterali di sicurezza come autentici cunicoli ben protetti, fino alla profondità di 20 metri, erano risorsa economica, generata, però, dal duro e pesante lavoro - ‘a fatica - dei cavatori, in condizioni ambientali che si possono immaginare e di palese esposizione a rischio.

libro CaccavaleSu questa scia s’innestava il racconto di Antonio Caccavale, per evidenziare alcuni passaggi basilari nell’impianto del suo saggio, intitolato “ TUFINO E I TUFINESI NELLA STORIA”, edito da StreetLib – disponibile anche in formato digitale per la grande catena di distribuzione polifunzionale che fa capo ad Amazon – con riferimento non solo all’universo umano dei cavatori, ma anche e soprattutto alle tormentate vicende dell’emigrazione dall’Italia agli Stati Uniti d’America, a cavallo dell’800 e del  ‘900; vicende,  per le quali si fuggiva dalla miseria e dall’arretratezza, di cui furono partecipi poco più di ottocento tufinesi, di cui il testo riporta in schede dettagliate le generalità e i dati anagrafici, testimonianza di un paziente lavoro di ricerca, che l’autore ha condotto, grazie anche alle ben note competenze tecnologiche, con le banche dati della Fondazione “The Statue of Liberty”-Ellis Island- e di “Castel Garden”.

Di quei flussi migratori, che -  è opportuno notarlo- non hanno nulla di diverso e di dissimile da quelli attuali, che dal Medio Oriente e dall’Africa impoverita si riversano nell’Europa mediterranea occhiuta nella propria torre dell’egoismo particolaristico, essendo per di più aggravati dai drammi di guerre e persecuzioni politico-religiose, l’autore dava un ampio squarcio. E tornava utile il ricordo della distinzione, che veniva fatta ad Ellis Island nei rigorosi controlli igienico-sanitari, a cui le autorità sottoponevano i migranti provenienti dall’Europa e dall’Asia, prima di riconoscere loro la possibilità d’ingresso negli States; distinzione per la quale i migranti provenienti dall’Italia erano ripartiti in due “grandi” aree, quella del Nord e quel Sud. I migranti provenienti dal nostrano Sud, come si sa, non erano considerati di “razza bianca” - specie se siciliani-  con tale “attestato”, erano variamente discriminati, una volta acquisito il titolo d’accesso. E c’è altro ancora. I migranti, che dichiaravano di non avere già certezza di lavoro con rapporti o contratti pre-costituiti, erano “preferiti” nell’ammissione nella corsia d’ingresso negli States. Erano manovalanza … di immediata disponibilità per qualsiasi lavoro e con bassa remunerazione garantita, per sopravvivere.

Cacavale E’ la storia che si replica nei nostri giorni con gli extra-comunitari – i clandestini … invisibili, anche se “viventi” in carne ed ossa - fatti sbarcare nel cosiddetto Bel Paese e in altre aree dell’Unione europea, ma super sfruttati nei lavori più umili, specie in agricoltura, perché privi dei “permessi di soggiorno”. Un beffardo e bizzarro strabismo “normativo - istituzionale”, che rende i … clandestini utili e buoni, anzi ottimi da sfruttare e “pagare” con pochi euro al giorno, ma fantasmi per conclamata “legge”.

E le pagine dedicate dal saggio all’emigrazione Oltre Atlantico s’interpongono tra le figure che connettono strettamente la loro dimensione umana, in positivo e in negativo, con le vicende storiche di Tufino; figure, che Antonio Caccavale tratteggia con efficacia di dettagli. E così si profilano la personalità forte del marchese e duca di Gallo, Marzio Mastrilli e quella della virtuosa e sensibile contessa di Roccarainola, Isabella Mastrilli, con la sontuosa e preferita dimora proprio nella località di Ponticchio, in pieno territorio tufinese. Considerevole e rilevante la caratura politica di Marzio Mastrilli, diplomatico e ministro del governo borbonico nel Regno delle Due Sicilie e, con l’avvento dell’età napoleonica, nel Regno di Napoli con il governo di Gioacchino Murat. Una personalità poliedrica e di alto profilo culturale, quella di Marzio Mastrilli, mentre Isabella Mastrilli, tra le poche donne che annovera la Letteratura del ‘700, autrice di testi teatrali e raffinate composizioni liriche.

Il rovescio del mondo dei Mastrilli – tra i maggiori potentati feudali d’Italia, con vasti possedimenti in Campania, tra cui quelli dell’asse che correva tra Marigliano, Nola, Tufino, Avella e Baiano- si ritrova, invece, in uno dei maggiori boss della mafia italo-americana, Vito Genovese, emigrato giovanissimo negli States  da Risigliano di Tufino, dov’era nato e che con le sue “imprese”, saldando criminalità e ricchezza, tenne in scacco New York, alla pari degli altri “personaggi del Gotha mafiosa, in grado di determinare le scelte delle istituzioni e persino di condizionare le nomine dei giudici delle Corti statunitensi. Ma i “capolavori” criminosi di Vito Genovese - colui che “Non onora la terra natale”, come con pudico e commendevole senso civico evidenzia l’autore nello specifico capitolo del saggio- appartengono agli anni del secondo dopo-guerra mondiale in Italia, lungo le coordinate di collegamento tra la Sicilia e la Campania. Sono gli anni del contrabbando, ma anche e soprattutto dei rapporti che il boss italo-americano aveva non solo con Charles Poletti, il massimo responsabile delle truppe statunitensi, sbarcate nel luglio del ’43 in Sicilia, ma anche con Salvatore Giuliano, il bandito che fiancheggiò il Movimento indipendentista siciliano di Finocchiaro Aprile; e la banda di Giuliano - utilizzata in chiave anti comunista - fu l’artefice  dell’efferata  Strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, dove si erano radunati braccianti, contadini e pastori, per festeggiare il Primo Maggio. Era il 1947.                                                   

ERASMO, LJUBA E IL NARRANTE STEFANO                                                            

Cacavale e Scotto 1 Copia 2Dall’ approccio con la Geologia e la Storia incentrato su Tufino e…dintorni al racconto de “L’ALBA NEI SUOI OCCHI” -  pubblicato da 13 Lab Essedi - in cui Francesco Scotto - trascrivendo la narrazione dello scomparso padre Stefano, ch’è stato presidente della Gioventù dell’Azione cattolica e pubblico amministratore di Baiano per vari cicli consiliari - fa rivivere la commovente e bella storia d’amore tra Erasmo e Ljuba. Una storia illustrata dall’autore in tutti gli elementi caratterizzanti, con cui finzione e realtà coesistono. E la russa  Ljuba  - conosciuta giovanissima in uno dei lager, in cui i tedeschi nella seconda guerra mondiale concentravano i prigionieri e gli ebrei da destinare alla morte nei forni crematori- s’identifica con la metafora dell’ Alba d’amore  che rischiara e accompagnerà vita naturale durante l’esistenza di Erasmo e della famiglia che formerà con la donna. E nel lager si prenderanno cura di Marzia, una bambina ebrea, ch’è stata affidata loro dal padre consapevole di dover morire. La bambina subirà un’atroce violenza e sevizie, morendone. Una tragica fine di cui Erasmo e Ljuba conserveranno per sempre il ricordo.

E’ un percorso, che si dipana dal vessatorio e crudele sistema concentrazionario, a cui venivano sottoposti i prigionieri del campo di Jena, per attraversare la terra russa - dopo il ’45 con la liberazione dei pochi ischeletriti sopravvissuti dei lager e la disfatta del nazismo hitleriano - e raggiungere Demidov, dov’era nata Ljuba. Un’odissea, con cui si intrecciano le vicissitudini e le traversie, che incontra Erasmo per opera dei genitori di Ljuba che contrastano l’amore della figlia per Erasmo Baldassarre, umile muratore di Santeramo, in provincia di Bari, travolto dalle mille tragedie che segnano tutte le guerre, colpendo le umili e semplici genti, che ne sono coinvolte da un verso all’altro. L’odissea della guerra contro la Grecia - quella a cui l’Esercito italiano avrebbe “spezzato le reni”, secondo lo slogan mussoliniano- si incrocia con l’odissea che Erasmo e Ljuba vivono insieme nel lager e in terra russa, per trovare serenità familiare e lavoro in terra di Puglia…fino alla dipartita nel 2000, a pochi mesi l’uno dall’altra.

Caccavale e Scotto 2Il racconto - evidenziava Scotto – si articola sul piano della Grande storia, quella del secondo conflitto mondiale, della Guerra fredda e il piano degli effetti che si riflettono su uomini, donne e giovani cambiandone o alterandone le traiettorie esistenziali desiderate o sognate; effetti che cambiano cammini di vita in atto… e tanto altro ancora.  Erasmo come Ljuba ne sono una testimonianza.

Come dire che il discrimine tra caso e causa, con cui si generano necessità e virtù, non è facile da tracciare. Di certo, segue itinerari imperscrutabili …per quello che si definisce comune buon senso. A posteriori…   

Il caso: A Napoli una statua romana nell’androne di un condominio

Risale al I sec. d.C. e non risulta ancora censita una statua all’ingresso di un palazzo al centro storico di Napoli. Da Corriere del Mezzogiorno del 9 dicembre 2015.

Il reperto di un certo pregio è stato individuato da un gruppo di studiosi napoletani, che preferiscono mantenere l’anonimato, nel cortile di un palazzo d’epoca in vico Pallonetto a Santa Chiara, nei pressi della confluenza con via Mezzocannone.

Napoli Statua romana nellandrone di un condominioLa statua è la tipica rappresentazione della Fortuna con cornucopia. Acefala, mutila, indossa la tipica tunica con scollo a V, lunga fin sotto il ginocchio. Sopra la tunica porta la palla, un largo drappo di stoffa che scendeva fino ai piedi, contornava il corpo ed era tenuto su dalle braccia. La tunica non ha maniche, cosicché si può datare alla fine del I inizio II sec. d.C. Sotto i seni porta il cingulum attorno alla vita.

A quanto riferiscono i residenti la statua è sempre stata “di casa” per tanti anni abbandonata supina nell’androne, poi con la ricollocazione recente è stata inglobata in una base moderna.

Fabio Giordano ci parla di un ritrovamento di una base dedicata alla Fortuna su Sant’Aniello a Caponapoli nei pressi della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Da qui si dedurrebbe che sull’acropoli si trovava il tempio della dea. In linea d’aria, l’area di confluenza tra via Mezzocannone e vico Pallonetto a Santa Chiara è molto vicina al Largo Corpo di Napoli, dove nell’antichità si trovava il Tempio di Iside e dove veniva venerata anche la dea della Fortuna.

LA CAMPANIA HA DUE PATRONI: SAN GENNARO E SAN PAOLINO DI NOLA

liria tar. – 01.04.2016 - Dal prossimo 22 giugno San Paolino di Nola sarà celebrato in tutte le diocesi della Regione Campania con il grado di memoria obbligatoria.

sanoailuniLa Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha, infatti, accolto la richiesta di riconoscimento del Santo Vescovo nolano come Patrono secondario della Regione Ecclesiastica Campana, presentata dal Presidente della Conferenza dei Vescovi della Campania, S. Em. Rev. Card. Crescenzio Sepe.
Sono grato al Cardinale Sepe e a tutti i vescovi della Campania - ha dichiarato il vescovo di Nola, S. Ecc. Mons. Beniamino Depalmaper aver presentato quest’importante richiesta e alla Congregazione per averla accolta. San Paolino che fu politico, intellettuale, artista, pastore e servitore dei poveri interceda per noi e ci aiuti a lavorare perché la Campania diventi nuovamente la regione felice che lui amò”.
Paolino di Nola, ovvero Ponzio Anicio Meropio Paolino (Bordeaux, 355 – Nola, 22 giugno 431), è stato un vescovo italiano, originario dell’Aquitania, venerato dalla Chiesa cattolica come santo. Fu vescovo di Nola nel V secolo. È considerato il patrono dei suonatori di campane, o campanari, poiché a lui è attribuita, per convenzione, l'invenzione delle campane come oggetto utilizzato in ambito ecclesiastico. 

Festeggiati i 90 anni di vita ed i 60 di attività culturale del prof. Moschiano

Autore: Ferdinando Mercogliano dal Forum del Vallo di Lauro 2050Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

compleanno prof. MoschianoLauro - Sabato 26 marzo 2016, un gruppo di amici, conoscenti e molti soci della Pro Lauro si sono recati a casa del prof. Pasquale Moschiano per fargli gli auguri, festeggiare i suoi 90 anni di vita e omaggiarlo per i 60 di attività culturale.

Pasquale Moschiano è nato a Moschiano il 26 marzo del 1926. Sposato con Maria Ferraro, originaria di Fontenovella, da lungo tempo vive a Lauro.Tanto di quel che sappiamo della storia, delle tradizioni e della cultura della nostra terra lo dobbiamo a lui. Siamo quel che siamo anche grazie alla sua infaticabile attività in campo culturale e politico. Io  conosco il “professore” da quando ho cominciato ad interessarmi alla vita pubblica di Lauro. Il suo primo libro che ho letto è stato1799, saccheggio e incendio di Lauropubblicato nel 1979. Nel libro sono ricostruite le vicende del mese di aprile 1799, quando al tempo della Repubblica Partenopea, un gruppo di facinorosi e di sostenitori della causa sanfedista si misero ad abbattere gli alberi della libertà. Nient’altro che degli alberi, o dei pali, innalzati nelle piazze principali in cima ai quali venivano sistemati i simboli della repubblica.

copertina 1799 a Lauro di P. MoschianoOggi siamo abituati a sopportare, senza reagire, oltraggi ben più gravi ai simboli della nostra patria. Allora il gesto fu inteso come un segno preciso di ribellione. Il responsabile dell’abbattimento fu arrestato e fucilato. Ciò non bastò a fermare le provocazioni di quella parte della popolazione che spingeva per la rivolta. Per punire la ribellione, il 30 aprile, fu inviato il generale Championnet alla testa di una colonna composta da più di tremila fanti e cavalieri. Gli insorgenti, tirarono qualche colpo di archibugio da lontano e poi si diedero alla fuga su per le montagne, seguiti dalla maggior parte della popolazione. I soldati entrarono nel paese e, senza incontrare resistenza alcuna, incendiarono e distrussero tutto ciò che poterono. Trucidarono anche 17 persone, infermi, storpi, monache, coloro che non avevano potuto o voluto mettersi in salvo. A sera, le fiamme del castello dei principi Lancellotti, dall’alto del primo sasso, illuminarono tutta la valle: «ardevano tetti, mura, porte, biblioteche, quadreria, mobili, biancheria, bellissimi arazzi, tutto fu ridotto in cenere e lasciato un mucchio di rovine come al dì di oggi. Il più grave danno cagionato dall’incendio fu la perdita dell’archivio, questo conteneva molte carte trasportate ivi da Roma». Sono le dolenti parole di Donna Giuseppina Massimo, moglie di Ottavio III, riportate nel suo manoscritto Storia della famiglia Lancellotti.

Conosciamo l’entità dei danni grazie a un certificato, in carta legale di grani 12 del Regno delle Due Sicilie, conservato nell’archivio del Castello: «Certifico io sottoscritto, Cancelliere del Comune […] come sotto il dì trenta aprile 1799 (millesettecentonovantanove) dalla truppa francese fu messo ad universal sacco e fuoco questo comune, ove rimasero incendiate cinque chiese, due monasteri, i principali palazzi dell’ex Feudatario, del ridetto comune, e d’altri più cospicui proprietari, e quasi la maggior parte degli edifici. Nello stesso incendio rimasero preda delle fiamme le migliori antiche schede di diversi Regii Notari e gli archivi del Comune, della Parrocchia e del cennato ex feudatario e quasi tutte le scritture e carte che si conservavano nelle private case. Dal che ne fo fede come di atto pubblico e notorio, e consacrato nella Istoria del Regno e di cui ne offrono dolorosa memoria gli infelici avanzi di detti Pii Luoghi ed edifici del Comune, ed ex Barone non più restaurati dalle loro rovine».

prof. Pasquale MoschianoUn trauma, una tragedia immane per la storia delle comunità del Vallo. Un buco nero della memoria destinato a durare secoli. Fino a quando, verso la metà del Novecento Pasquale Moschiano cominciò a spulciare le carte di archivi abbandonati e malridotti. Lavorava come maestro elementare, ma tutti lo chiamavano ’o professore, forse perché era una persona amante del sapere in mezzo a tanti che non studiavano. Per me sarebbe più indicato chiamarlo semplicemente maestro, una parola che un tempo indicava la persona dotta in una scienza, in un arte o in un mestiere e prima ancora indicava il più grande, il maggiore. Quel giovane docente coltivava in solitudine la sua passione per la storia e ne insegnava i rudimenti ai suoi piccoli allievi.

Nel 1955 pubblicò il suo primo opuscoletto:Un episodio del Brigantaggio a Moschiano”. In quel momento, nel Vallo di Lauro non erano disponibili libri sulla storia locale, né vi era una bibliografia che potesse indirizzare le ricerche. Alcune notizie si potevano estrapolare da libri dedicati alla storia di città limitrofe, come il testo del Remondini “Della nolana ecclesiastica storia” risalente al 1747 o il più recente, diciamo così, testo del Vincenti “La contea di Nola”, datato Il brigantaggio postunitario1861Moschiano cominciò ad occuparsi dei fatti del 1799 in una sua relazione datata 1957: “Attraverso il Vallo di Lauro, briciole di storia di casa nostra”. Briciole di storia appena, ma bastarono a riaprire uno spazio per la memoria.

La studiosa tedesca Aleida Assmann ha scritto che «la storia di un luogo non finisce con il suo abbandono o con la distruzione; esso conserva i relitti materiali che diventano elementi della narrazione, a loro volta punti di riferimento di una nuova memoria culturale. Questi luoghi necessitano comunque di spiegazioni: il loro valore deve essere attestato anche dalla tradizione orale. La continuità spezzatasi con la conquista, l’abbandono e l’oblio non è riproducibile a posteriori, ma, attraverso la mediazione del ricordo, può essere ricostruita». La memoria è la possibilità di disporre delle conoscenze passate e sono le persone, siamo noi, attraverso il ricordo, a creare questa possibilità.

Proust sosteneva che le persone possono rompere l’incanto che tiene prigioniere le cose, portarle alla luce e impedire che cadano per sempre nel nulla. Nelle prime pagine de La strada di Swann, il narratore, nell’assaporare un pezzetto di madeleine inzuppato nel tè, viene travolto dal flusso dei ricordi che lo riporta alla sua fanciullezza passata nel paesino di Combray, a un tempo ritenuto ormai perduto: «quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo».  Un piccolo episodio, un gesto, possono contribuire a restituirci il passato.

Pasquale Moschiano, con le sue briciole, schiuse una possibilità, con i suoi scritti iniziò a formare una nuova memoria culturale, capace di riappropriarsi dei momenti della storia passataNella sua lunga e operosa vita ha pubblicato più di cinquecento articoli e numerosi libri e opuscoli su argomenti di storia e di cultura locale. E lo ha fatto senza mai smettere di seguire, incoraggiare e sostenere ogni iniziativa culturale dei suoi concittadini. Lo spazio della memoria che lui ha aperto, nel tempo, ha spinto altre persone scrivere a intervenire, nel dibattito pubblicoDove prima non c’era nulla, uno spazio vuoto, un buco della memoria, un’assenza di voci, è fiorito nel tempo un ampio articolato e approfondito discorso a più voci. Tutto scaturito dalla passione e dall’impegno di un giovane maestro elementare.

Il direttore responsabile, prof. Gianni Amodeo, il direttore editoriale, prof. Pietro Luciano, e tutto lo staff de IL MERIDIANO, per l’occasione, augurano al prof. Moschiano ancora tanti anni di vita culturale