AL PROF. CARMINE MONTELLA IL PREMIO POESIA “LA BIBLIOTECA”

Premiato MontellaN.R. - 02.02.2019 - Il prof. Carmine Montella di Baiano, collaboratore della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella sin dalla sua istituzione, con la poesia “Perché Mai”, si è aggiudicato la quarta edizione del Premio Internazionale di Poesia “La Biblioteca”, nella categoria dedicata alla lingua italiana, tenutosi a Napoli.

La poesia di Montella è stata scritta poco tempo dopo l’ultimo viaggio di suo padre, al quale è dedicata.

Di seguito la poesia.

Perché mai?

Perché mai da figlio non ti ho abbracciato,
come da padre abbracciavo i miei figli?
Perché mai da figlio non ti ho stretto a me,
come da padre stringevo a me i miei figli?
Perché mai da figlio non ti ho accarezzato,
come da padre accarezzavo i miei figli?
Ora che non ci sei 
ho la voglia di abbracciarti!
Ora che non ci sei 
ho la voglia di stringerti a me!
Ora che non ci sei 
ho la voglia di accarezzarti!
Però mi piaceva passare 
le mie mani sul tuo viso
mentre ti radevo la barba, 
mentre ritoccavo i tuoi baffi.
E leggevo nel tuo sguardo profondo
la gioia di un padre 
che così si faceva accarezzare dal figlio!

Dove sono ora le tue confidenze,

dove sono i racconti sofferti
della guerra e della prigionia
che ci tenevano intorno a te
elettrizzati ad ascoltarti,
dove sono le tue richieste quotidiane
per ogni tua esigenza?
Tutto questo mi manca!

Nella valigia del lungo viaggio
mettesti due lacrime:

il tuo saluto di addio
silenzioso, segreto, intenso.
In ogni lacrima i ricordi di una vita,
le gioie e i dolori condivisi.
Sapevi di lasciarmi, papà,
e il tuo testamento d’affetti
affidavi alle tue lacrime per me.
Fu l’ultima volta che in vita
i nostri occhi si abbracciarono.
Le tue lacrime, padre,
continuano a bagnare i ricordi.

Baiano / Circolo L’Incontro: Focus sul sistema bancario mondiale, potente e indebitato

Debiti pubblici e debiti privati, materia prima dell’industria finanziaria. L’articolo The art of leverage, fulcro dell’operatività del sistema bancario.

        Sgambati DSCI0316 225x300  Gianni Amodeo - 02\02\19 - Poco più che trentenne, Stefano Sgambati é docente alla City University of London nel Dipartimento di Economia politica, coniugando la docenza e la proficua collaborazione con riviste specializzate- a diffusione internazionale-  sulle tematiche connesse con le dinamiche bancarie e gli assetti del capitalismo nella società del mercato globalizzato. Di particolare interesse tra i saggi di recente pubblicazione sulla Rewiew of internazionale political economy- a cui sovraintende il Comitato scientifico formato da autorevoli esperti e rappresentanti della koinè universitaria mondiale - spicca lo studio che Sgambati dedica alle funzioni della cosiddetta “Leva finanziaria”, “The art of leverage”, fulcro dell’operatività del sistema bancario.

        feature 01 0102017  Del saggio si pubblica una breve e lineare sinossi con traduzione in lingua italiana - ormai Stefano Sgambati è anche un buon anglofono di scrittura e lingua. E’ un contributo per la conoscenza dell’attuale realtà economica e finanziaria nel contesto internazionale; contributo di riflessione che travalica l’artefatta “confusione” esistente nel circuito dell’informazione radio-televisiva e cartacea “gridata” e spesso strumentalizzata per obiettivi di “parte” da cui il comune cittadino viene spesso disorientato più che essere messo in condizione di comprendere quello che accade. Una lettura degna di attenzione e interesse.  

            The art of leverage

s200 stefano sgambatiL’articolo prende in esame un aspetto fondamentale della prassi bancaria che resta ad oggi poco compreso: il leverage o ‘leva finanziaria’. Per leverage s’intende la capacità di incrementare la propria esposizione debitoria sulla base di una certa quantità di capitale. Si fa ‘leva’ ogni qualvolta si compie un investimento, in parte con capitale proprio, in parte con moneta presa in prestito.

Sebbene vengano inquadrati come ‘creditori’ (in quanto providers di liquidità e quindi facilitatori della leva finanziaria altrui), gli Istituti bancari sono maestri nell’arte del leverage. Laddove imprese, famiglie e governi finanziano i propri asset, e quindi la propria spesa, con un misto bilanciato di capitale proprio e/o azionario e denaro preso in prestito (con coefficienti di leva finanziaria bassi, che non superano il valore di 1, ovvero 50 per cento debito e 50 per cento capitale proprio o azionario), le banche riescono ad espandere i propri bilanci su una base di capitale alquanto irrisoria, raggiungendo coefficienti di leva finanziaria superiori a 15 (senza prendere ign considerazione attività finanziarie fuori bilancio del sistema bancario ombra, o shadow banking).

Business women Gallo Images 690x450 crop 80L’articolo offre uno studio di come le banche si siano arricchite negli ultimi decenni, avendo escogitato nuove tecniche di ingegneria finanziaria che passano dallacartolarizzazione’ (securitisation) del credito al consumo e dei mutui allacollateralizzazione’ dei debiti sovrani attraverso operazionipronti contro termine’ (PCT, meglio noti come repurchase agreements o repos). Grazie a queste innovazioni finanziarie, i grandi conglomerati bancari sono stati in grado di espandere i propri bilanci e di riconciliare la domanda per crediti al consumo con gli investimenti sul mercato dei capitali, ponendo i debiti dei consumatori (mutui e prestiti alle famiglie) e i debiti sovrani a garanzia della liquidità dei mercati finanziari.

Debiti pubblici e privati sono diventati la materia prima di un’industria finanziaria che si nasconde dietro l’immagine neutra e sfocata dei mercati finanziari. Questi ultimi, spesso invocati a mo’ di spettro (del capitalismo), costituiscono oggi l’infrastruttura globale per la produzione e compravendita di debiti: un enorme tavolo di gioco le cui regole non scritte non sono definite da criteri astratti di domanda e offerta, ma sono dettate dal sistema bancario avente lepicentro in Wall Street.

7040001086 1280x565Il sistema bancario globale non si occupa semplicemente di intermediazione, ma ha un chiaro mandato di market-making. Le principali banche globali fungono da dealer, sempre pronte e negoziare e rinegoziare debiti altrui per conto terzi e, in maniera crescente, per conto proprio (proprietary trading). Il sistema ha tenuto banco a partire dagli anni ottanta, generando enormi profitti, plusvalenze e opportunità per speculatori, multinazionali e, ça va sans dire, banche. Al contempo, il numero di crisi finanziarie si è moltiplicato: dalla crisi del debito latino-americana degli anni ottanta alle crisi finanziarie degli anni novanta che hanno colpito le Tigri del Sud-Est Asiatico, senza dimenticare bancarotte nazionali, bolle finanziarie e susseguenti crash.

sistema bancarioLe banche contemporanee sono dealers, commercianti di debiti altrui. Questo è chiaro. Ciò che spesso sfugge è che, a differenza di mazzieri o cartai ign altri giochi d’azzardo, le banche danno le carte e al contempo partecipano al gioco. Non solo: le banche producono le carte stesse che vengono poi servite sul mercato monetario (vedi “cartolarizzazione”). E dunque, piuttosto che presentare una visione funzionalista ed economicista delle banche in quanto intermediari finanziari per conto terzi, l’articolo mette in risalto la dimensione politica e storica del fenomeno bancario contemporaneo in quanto prassi di arricchimento per conto proprio. A tal fine, l’articolo offre degli strumenti euristici per comprendere il rapporto banche-mercati e teorizzare come questo rapporto generi letteralmente denaro. L’idea di fondo è che nell’era della cosiddetta “disintermediazione finanziaria” e dell’ascesa dei mercati finanziari globali, le banche abbiano acquisito un ruolo ancor più centrale nei processi di creazione del denaro ed abbiano accresciuto la propria capacità di fare i soldi facendo leva sui mercati finanziari e diventando al contempo più potenti e, paradossalmente, più indebitate

Salerno: Presentato "La Repubblica dei Gigli Bianchi di Felice de Martino

La manifestazione per il romanzo d'affezione di memorie e di ricordi documentati legati alla figura di Don Felipe, organizzata dal Gruppo Archeologico Salernitano.

locandina eventoN.R. - 02.12.2108 – Mercoledì 21 novembre, inizio ore 17.30, il Complesso Monumentale di San Pietro a Corte - Aula superiore - chiesa di san Pietro a Corte, ha ospitato la presentazione del libro di Felice De Martino 'LA REPUBBLICA DEI GIGLI BIANCHI'

Folla di pubblico alla manifestazione organizzata dal Gruppo Archeoloogico Salernitano, per il romanzo d'affezione, di memorie e di ricordi documentati legati alla figura di Don Felipe (Filippo Gagliardi).

Hanno portato il loro saluto il Sindaco di Salerno Vincenzo Napoli e il Sindaco di Montesano Vincenzo Rinaldi; sono, poi, intervenuti il giornalista del Il Mattino Marcello Napoli, il giornalista di Lira TV Andrea Siano, l'antropologo Paolo Apolito dell'Università Roma Tre, il Direttore del Gruppo Archeologico Salernitano Felice Pastore, che ha ringraziato la Confraternita di Santo Stefano, tutti i partecipanti ed i visitatori.

Felice de Martino Marcello Nali Felice PastoreIl libro descrive fatti ed avvenimenti di un personaggio, Filippo Gagliardi, il figlio povero di un mugnaio diventato uomo ricchissimo. Il riscatto di una vita iniziata povera e poi diventata ricca.
Sul magnate italo-americano, il nipote Felice De Martino ha voluto fortemente scrivere questo libro per fare chiarezza sulle tante dicerie false ed oltraggiose messe in giro sulla vita di questo fenomeno del suo tempo, sì avventurosa, ma ricchissima di tante soddisfazioni e gratificazioni.
L'Autore riporta alcuni passaggi della vita del protagonista, per far comprendere veramente la storia meravigliosa e leggendaria di un personaggio che dal nulla fece fortuna in America e ritornò in Italia, ove fondò una Repubblica indipendente e secessionista a Montesano sulla Marcellana: la “Repubblica”, appunto, dei “gigli bianchi”.
Proprio in quegli anni del secondo dopoguerra in questi paesi, il “giglio bianco” era diventato un simbolo di libertà, di indipendenza e di democrazia e Filippo Gagliardi ne fu l'interprete principale, sempre pronto e disponibile per soccorrere sindaci e cittadini comuni in difficoltà economiche.

Inaugurato il Museo di Carife

Grazie all’impegno finanziario del Comune, in mostra la Civiltà preromana della Baronia “ricercata” dal Johannowsky.

Carife 4Gerardo Troncone - 11.12.2018 - A distanza di oltre quarant’anni dalle ricerche archeologiche di Werner Johannowsky e dopo vent’anni di incertezze e difficoltà, grazie all’impegno finanziario dell’Amministrazione Comunale di Carife, sindaco l’ing. Carmine di Giorgio, ha aperto, l'11 dicembre, le sue porte al pubblico il Museo Archeologico della Civiltà Preromana della Baronia.

Carife 3Fra le autorità presenti all’evento, insieme al sindaco Di Giorgio, il vescovo di Ariano Mons. Sergio Melillo, il prefetto di Avellino Maria Tirone, la Sovrintendente ABAP Salerno-Avellino Francesca Casule, il Presidente dell’Amministrazione Provinciale Domenico Biancardi, il presidente della Corte dei Conti Rocco Colicchio, il presidente emerito del Consiglio di Stato Paolo Salvatore, il presidente del BIOGEM Ortenzio Zecchino, gli on. li Giuseppe Gargani e Vincenzo Alaia, Carife 1numerosi sindaci e amministratori irpini, e ovviamente il direttore scientifico del Museo Silvia Pacifico ed il curatore dell’allestimento Giampiero Galasso. Ha coordinato con maestrìa i lavori il giornalista Rino Genovese.

CarifeI reperti in mostra, quasi tutti provenienti dai depositi della Soprintendenza di Avellino, hanno lasciato tutti sbalorditi per il loro valore artistico, oltre che per quello storico-archeologico.

Sapientemente disposti e illustrati da Giampiero Galasso e Silvia Pacifico, i reperti in mostra a Carife non sfigurano affatto, per qualità e valore storico, con quelli visibili a Paestum, Capua, Benevento e all’Archeologico di Napoli, e attestano il ruolo centrale dell’Irpinia sulla scena dei popoli Sabelli, di lingua osca, dell’Italia del V-VIV secolo avanti Cristo.

Carife 2Così fanno bella mostra di sé, nelle ampie vetrine del Museo di Carife, i ricchi corredi tombali restituiti da alcune necropoli della Baronia e del fondovalle Ufita, Calitri Foto Albino 2 IMG 20190111 WA0000 1a partire dalle armi, fra cui i magnifici cinturoni in bronzo, elemento caratteristico dei guerrieri sanniti, e dai ricchissimi corredi vascolari, in parte importati dal mondo greco ed etrusco,

Con l’inaugurazione del Museo di Carife è stata riaperta una pagina importante della civiltà dei Sanniti, il grande popolo italico che per secoli contese a Roma il dominio dell’Italia.

La strage di via Mario Fani e il sequestro di Aldo Moro ucciso dalle Brigate rosse: dialogo tra Agnese Moro e Adriana Faranda a Nola

I drammi personali e le profonde lacerazioni sociali, che connotarono gli anni di piombo, culminati nell’assassinio di Aldo Moro, dopo il sequestro in via Mario Fani con la strage dei poliziotti che formavano la scorta personale, rivisitati dalla figlia dello statista – Agnese – e da Adriana Faranda che del terrorismo è stata una protagonista. Una narrazione commossa, sui versanti del privato e del pubblico, per evidenziare il nulla e il vuoto che scaturiscono dall’uso della violenza e della forza nella politica, ch’è, invece, testimonianza civica e servizio paziente per la costruzione della società nella pace, senza distinzioni manichee e rivendicazioni di primati ideologici, che negano visioni di mondo diverse. Pienamente coinvolto e partecipe il folto uditorio che ha letteralmente gremito la Chiesa-Agorà dei Santi Apostoli. Un evento di notevole caratura culturale e civile riflessione sull’ieri della bruta stagione del terrorismo, facendo porre seri interrogativi sulle inquietudini dell’oggi da cui è attraversato l’Occidente.

Faranda 1 FB IMG 1544692473725Gianni Amodeo – 13.12.2018 - Noi e Loro. La linea d’ombra che divide e fa smarrire il senso e il rispetto dell’umana dignità da conoscere e ri-conoscere agli altri così come si conoscono e ri-conoscono per se stessi come a se stessi; linea, che genera dissidi e conflitti permanenti nutriti dalle astrattezze ideologiche, fino a tradursi in odi che nullificano la vita e la libera comunanza sociale, principi e fini della politica. È la goccia d’ambra, metafora della solitudine con cui ci si chiude in se stessi nella cupa tristezza, estraniandosi dal mondo e dalla vita sociale.

Sono stati alcuni dei filoni tematici seguiti, con varietà e intensità di racconto, da Agnese Moro nel dialogo sviluppato con Adriana Faranda nella Chiesa-Agorà dei Santi Apostoli, gremita da un uditorio attento e partecipe nel quadro delle iniziative di riflessione culturale, promosse ed organizzate dall’Istituto di Scienze religiose “Duns Scoto” in collaborazione con la Facoltà di Teologia dell’Italia meridionale, in coincidenza con il periodo dedicato dalla liturgia cristiana all’Avvento della Natività di Gesù. Un approccio significativo per la tematica del dialogo, ispirata dalle valenze dell’apertura Verso gli altri, avendo quale elemento di analisi e meditazione la strage di via untitledMario Fani, in cui fu sequestrato il padre, Aldo Moro, statista e leader della Democrazia cristiana, per essere ucciso dopo 55 giorni di prigionia, e furono assassinati i cinque agenti di Polizia della scorta personale. Una drammatica vicenda, che ha segnato la storia degli anni ’70 e la capacità di attacco del terrorismo delle Brigate rosse verso lo Stato, colpendo una delle più alte espressioni dell’istituzioni repubblicane, qual è stato Aldo Moro.

Nel ri-vivere la strage dei poliziotti, la prigionia e l’uccisione del padre, ripercorrendo il vissuto personale della sofferenza e del dolore, Agnese Moro puntualizzava le inquietudini sociali e politiche degli anni ’70, con una toccante racconto filtrato dagli affetti privati e famigliari fortemente turbati dalla strage di via Fani e resi ancor più duri da vivere dopo l’assassinio del padre. Una ricognizione evocativa, attraversata da una lucida e limpida auto-analisi a cuore aperto, facendo incrociare ed incastrare tra loro la sfera personale di donna e madre con quella pubblica catalizzata dai delicati e ardui equilibri politici della società italiana, che si reggevano sull’antagonismo tra la Dc e il Pci, su cui la pressione del terrorismo stragista “nero” e delle Brigate rosse faceva avvertire il suo peso, con una stretta ferrea; una spirale di vicende, che fa da specchio del vissuto di Agnese Moro, il cui cammino esistenziale assume una svolta imprevista e imprevedibile proprio dopo il trauma di via Fani. Una svolta, che le fa scoprire e conoscere – come ben evidenziava – le ipocrisie e le ambiguità, ma soprattutto i tradimenti dei potenti della politica, specie nella complessa e defatigante fase della “prigionia” a cui per 55 giorni fu sottoposto il padre, prima di essere assassinato.

Il cadavere di Aldo Moro ritrovato in via Caetani a Roma 9 maggio 1978 7E’ la fase dell’enfatizzata “trattativa” per la liberazione di Aldo Moro, che, però, era destinata a non approdare all’esito della salvezza dell’uomo politico. E fu l’assassinio del leader della Democrazia cristiana. E’ la scoperta o, se si vuole, il manifestarsi degli inganni – quella dei potenti della politica che usano le ambiguità e i tradimenti a tutela del loro ruolo – che aggiunta al dopo-strage, al sequestro e all’uccisione del padre fa formare quella ”goccia d’ambra”, in cui si ritrovano il vissuto e il dolore di Agnese Moro, condivisi con i famigliari. E la “goccia d’ambra” che ha le apparenze delle ali protettive, ma è, invece, soltanto una specie di obbligatala chiusura in se stessi e nella propria solitudine. Poi, il graduale percorso di ri-scoperta dell’umano dell’Altro, degli Altri, dei Loro. E’ il percorso del perdono e della riconciliazione verso gli assassini del padre e dei poliziotti della sua scorta; percorso, che squarcia la “goccia d’ambra” superando le angustie della solitudine per andare Verso gli altri.

Di prevalente natura sociologica e storica, la riflessione politica di Adriana Faranda che delle azioni terroristiche, il cui epilogo fu l’uccisione di Aldo Moro, per sottolineare le contraddizioni e le diseguaglianze della società, con le risposte sbagliate date dai gruppi e gruppuscoli dell’eversione, di cui le Brigate rosse costituirono la punta avanzata d’attacco verso lo Stato e le istituzioni repubblicane. Furono risposte sbagliate, perché introdussero e alimentarono l’uso della violenza e della forza delle armi nella contesa politica. Una grave distorsione, fortemente distruttiva del valore della Politica ch’è confronto dialettico, anche aspro, per costruire una società umanamente migliore. Un punto di analisi, che Adriana Faranda integrava, dando circolazione delle idee, evitando, però, quelle visioni manichee che nel rivendicare il primato o la superiorità di specifiche concezioni e visioni del mondo e della società, annullano altre concezioni e visioni.

Incontro con la Faranda 2 FB IMG 1544692493541Efficaci le riflessioni che la Faranda proponeva sulla giustizia ripartita, che, sancisce, legge, il reato e le responsabilità penali, cristallizzandone la configurazione nel tempo, come sospendendo la vita, che, invece, continua per natura. E nella continuità, scontando la sanzione nel rigore del crcere, si collocano le opportunità e le condizioni per ri-costruire il senso della vita, procedendo Verso gli altri. Il ri-conoscersi negli altri. Ed è il senso della dignità umana affermata senza distinzioni settarie; quelle distinzioni, che trovarono spazio nelle inquietudini sociali di circa mezzo secolo fa, seminando morte e stragi spesso di vittime innocenti. E sono inquietudini che da tempo serpeggiano qua e là nel mondo occidentale.

Due tracciati, quelli delineati da Agnese Moro e Adriana Faranda, per un’autentica lezione di Storia e Vita, al tempo stesso, con una caratura di linguaggio di alto profilo per concetti, pensieri e riflessioni puntuali alla luce di esperienze esistenziali direttamente vissute.