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“I carismi” di San Michele e il culto dell’Arcangelo portato in Italia dai Bizantini

Conduce le milizie celesti, accompagna i defunti nell’aldilà, pesa il bene e il male, guarisce i malati. E sul Gargano Michele diventa protettore della Natura benefica e dell’agricoltura. A lui vengono consacrati, anche a Ottajano, l’8 maggio e il 29 settembre. La processione a Napoli del 20 maggio 1691 e il ruolo di Giuseppe I Medici, principe di Ottajano. Servizio di R.C. del 4 maggio 2020 su ilmediano.it

Apocalisse e MicheleNell’ “Apocalisse” Michele guida i suoi angeli alla vittoria controil drago, il serpente antico, satana”, che si è ribellato a Dio, e questo ruolo di capo delle milizie celesti gli verrà sempre riconosciuto, anche attraverso i “segni” dello scudo, della spada e dell’elmo. Nel suo Vangelo Luca ci dice che Lazzaro morì “… e fu portato dagli angeli nella gloria di Abramo”. Ma tra i primi cristiani, così come negli ambienti giudaici, si diffuse l’idea che proprio a Michele Dio avesse assegnato il compito di psicagogo, di accompagnare i defunti nell’aldilà: da qui il “segno” della bilancia, che pesa il bene e il male.

In un passo del Vangelo di Giovanni (5, 4) – un passo che non tutti i codici riportano, ma che viene considerato autentico – si racconta che nella piscina di Betsaza, la “piscina dai cinque portici”, “giaceva una moltitudine di ammalati, ciechi, zoppi, paralitici, che aspettavano il movimento dell’acqua. Infatti, talvolta, un angelo di Dio scendeva nella piscina e l’acqua ne era agitata. Perciò il primo che entrava nell’acqua dopo che era stata agitata diventava sano, da qualunque infermità fosse affetto”.

San Michele 300x297L’antica tradizione cristiana e gli gnostici ritennero che questo angelo fosse Michele: così l’Arcangelo divenne, oltre che capo delle milizie celesti e accompagnatore delle anime nell’aldilà, anche medico e guaritore. Secondo il Rohland, gli gnostici attribuivano al nome di Michele una “virtù” apotropaica, capace di dissolvere la magia nera e le influenze nefaste, e perciò incidevano quel nome su collane e anelli che ornavano i defunti o venivano deposti nella tomba, perché l’Arcangelo rendesse agevole il viaggio dei morti nell’aldilà.

Il culto di Michele e degli altri angeli divenne rapidamente così diffuso e radicato che nella lettera ai Colossesi – Colosse fu un centro importante del culto dell’Arcangelo Michele - Paolo dovette ricordare ai cristiani che Cristo solo è il principio di ogni cosa, e che solo Lui ha il potere su ogni cosaMa ancora, nel III sec. perfino i pagani invocavano come guaritore e medico Michele, che diventava sempre più saldamente l’erede, nella religiosità popolare, degli antichi dei della vita e della morte, di Apollo, di Ermes, di Osiride.

GROTTA DI SAN MICHELE LISCIA CHIETI Colosse era una città della Frigia: e proprio in Frigia la devozione per l’Arcangelo fu assai viva, soprattutto quando si avverò la profezia degli apostoli Filippo e Giovanni, che Michele avrebbe fatto scaturire, presso Colosse, un’acqua miracolosa, capace di guarire da ogni male, chi, nel bagnarsi con quell’acqua, avesse invocato la Trinità e l’ArcangeloIl miracolo viene raccontato da un testo anonimo del sec. V, nel quale si legge anche che una fanciulla pagana, Laodicea, muta fin dalla nascita, si bagnò con l’acqua della fonte, riacquistò la parola, si convertì, e con lei si convertì anche suo padre, che fece costruire un tempietto in onore di Michele a difesa della sorgente. Tutto questo scatenò l’ira dei pagani che decisero di distruggere il piccolo tempio, deviando il corso di due fiumi: ma Michele salvò il luogo a lui sacro, deviando le acque nelle grotte sotterranee.

A Michele era dedicato anche il santuario di Pythia, in Bitinia, presso il quale c’erano acque termali che attiravano folle di pellegrini e di malati. Nel 540 l’imperatore Giustiniano ordinò che il luogo venisse sistemato in modo tale da rendere agevoli e sicuri il flusso e la permanenza dei visitatoriBisogna sottolineare il fatto che il carisma del guaritore era riconosciuto all’ Arcangelo soprattutto dagli umili e dai poveri.

San Michele Arcangelo 1Il culto di Michele venne portato in Italia dai Bizantini e il patrono delle acque e delle grotte ebbe nel Gargano il primo, importante centro di devozione: qui il suo patronato si estese alla Natura generosa di doni per gli uominiL’Arcangelo divenne il protettore delle messi e della viticoltura e a lui vennero consacrati l’8 maggio, perché maggio introduce la stagione della mietitura, e il 29 settembre, perché settembre avvia il tempo della vendemmia.

Ancora negli anni ’70 del sec. XIX a Ottajano San Michele usciva in processione in entrambi i giorni a lui sacri, e il 29 settembre la statua veniva portata fino a Recupo, dove si stendevano i vigneti dei principi di Ottajano. E ancora negli anni venti del ‘900, quando passava la processione del Santo Patrono, anche i malati gravi venivano portati accanto alle finestre, perché potessero chiedere direttamente la guarigione. In tutte le STUATUA SAN MICHELErelazioni del ‘600 e del ‘700 le eruzioni sono segno del demonio e la lava è simbolo delle fiamme dell’inferno: Michele divenne il naturale difensore della città contro la furia del Vesuvio.

Il 20 maggio del 1691 si celebrò per le strade di Napoli la processione per “il possesso di padronanza” dell’Arcangelo: Napoli scioglieva così il voto fatto durante il terremoto del 5 giugno 1688. Giuseppe I Medici, principe di Ottajano, portò lo stendardo; lo seguivano 18 fanciulli vestiti da angeli, 110 cavalieri “armati” di torce, cori e musici, e una folla sterminata.

Pagine di Storia Avellana 2: Cronaca di un'amara e triste vicenda del 29 Aprile 1917

Dopo l'incendio e i danni, arresti ed interrogatori. Ricerca di Nicola Montanile. Seconda Parte.

prima guerra mondiale domenicaPrima di passare agli interrogatori delle persone arrestate, presunte colpevoli dell'assalto, della devastazione e dell'incendio alla sede Municipale di Avella, corre l'obbligo di inquadrare la situazione politica, sociale e culturale sia nazionale che avellana. L'Italia, infatti, è da poco, nel 1915, entrata nel conflitto chiamato in un primo momento "guerra europea", poi, per la partecipazione di Nazioni quali l'Inghilterra, il Giappone e gli Stati Uniti, si chiamerà la "Grande Guerra" o Prima Guerra Mondiale.

In Avella, sindaco è Amerigo Pescione, insediatosi il 2 ottobre 1912, e  dal 1871 è stato preceduto dai primi cittadini, quasi tutti avellani: Giuseppe Salvi (1871), Vincenzo Maria Barba (1873), Nicola Guerriero (1877), Stefano Romano (1893), Tommaso Guerriero (1897), Arcangelo Guerriero (1900), il giornalista del "Giorno" che si occuperà solo della cronaca di Nola, ovvero il Marchese Giuseppe Maietti, che, tra l'altro, sarà anche Direttore del "Corriere della Campania e dell'Irpinia", nonché promotore e istruttore di un "Ufficio Notizie", collocato nel Comando Presidio Militare di Nola per un alto senso di patriottismo, Amerigo Pescione img 0001 2favorendo i familiari dei Combattenti al Fronte per pratiche e corrispondenze; ed, infine, il catanzarese su menzionato, Amerigo Pescione, il cui padre era di Avella.

Tralasciando che i suddetti hanno tra loro legami di parentela diretta ed che, nel indiretta, come i due notai, padre Nicola e figlio Arcangelo Guerriero, si sottolinea che nel periodo in cui appare Stefano Romano, in effetti il vero sindaco è Giacomo Gragnani fu Andrea, il quale non si presenterà in nessuna seduta consiliare e si dimetterà il 24/11/1899, per cui risulterà un primo cittadino cosiddetto ombra.

Il periodo sindacale del Pescione, poi, è costellato da parecchi periodi negativi, se si fa eccezione soltanto all'anno in cui fece redigere, in piazza Convento, l'Edificio Scolastico al progettista, ing. Felice Ippolito. E lo si evince dal fatto che, per ben due volte, verrà sostituito, prima dal Commissario Attilio Sessa e di poi da Antonio Brissa, dopo una breve reggenza del quale ci saranno i Commissari Alfredo De Giorgi, Alessandro De Nisco, Carmine De Pascale, (NDA per approfondite informazione consultare "Spaccato di Storia Avellana", Vol. 1° - anno 1993). 

Avella Piazza Municipio Prima Immagine Comune e a destra Palazzo NOE Copia CopiaMa veniamo alla cronaca del fattaccio, che, caso alquanto curioso e strano, avviene di domenica, pur sapendo che il Municipio è chiuso e che il sindaco non si trova nella sua abitazione avellana, in Corso Vittorio Emanuele, angolo con Via S. Giovanni, ed, inoltre, vennero presi di mira sia il Molino di Felice Albano che quello di Nicola Vecchione; insolito risulta anche l'orario, alle ore 18.00, per cui è d'uopo ascoltare, per cercare di sapere la verità.

Dopo il verbale di ispezione di località, redatto il giorno dopo, in data 30/4/1917, per verificare i danni, vengono chiamati a deporre la loro testimonianza sull'accaduto alcune persone e si interrogano i presunti colpevoli.

La prima ad essere interrogata è la Sorriento, detta "'A scucchiula", figlia del fu Cesare e di Colucci Angelica, nata il 9 luglio 1890, che morì il 28 luglio 1982, all'età di 92 anni, in Avella.

Domenica Sorriento Zì Mèneca e il figlio 2Domenica Sorriento fu Cesare di anni 26 - fol 6; 2.5.1917

" - Uscii per acquistare il pane, - il pane mancava da due giorni, - per i miei figliuoli, ma il negozio di Felice Albano era chiuso ed avendo trovato una grande quantità di gente per la via che schiamazzava chiedendo da mangiare, mi rivolsi al Maresciallo pregandolo di far aprire il negozio. Mi rispose che ciò era impossibile ed avendo invano insistito, me ne tornai a casa, senza neppure attraversare la piazza e quindi non so dire quello che ivi sia successo. Ho gridato è vero anche io, ma solo per chiedere pane, e non è vero che abbia istigato la folla di salire sul municipio per appiccare il fuoco. Non è neppure vero che dalle finestre del Municipio abbia gettato sulla strada suppellettili e atti di ufficio appartenenti al Comune, e non risponde a verità che io abbia usato violenza e resistenza ai Carabinieri e li abbia trattenuti con altri per lasciare la folla libera di trascendere ad atti di distruzione. Non ho conosciuto nessuno di coloro che scagliavano pietre e che presero ad incendiare le suppellettili Municipali. Per la deficienza del grano e più ancora per mancanza di autorità a cui rivolgersi, trovandosi sempre assente il Sindaco, da più tempo vi era un malcontento in paese, ma mai si era detto che un giorno o l'altro che il Municipio sarebbe stato distrutto. La dimostrazione, però, ritengo sia avvenuta improvvisamente. Mi riserbo di indicare i testimoni e di indicare un difensore". 

L'interrogatorio riprende con Filomena Palmieri/o, alias " 'A Pall' ", figlia di Pellegrino e di Tulino Antonia, nata il 1 aprile 1894 e deceduta il 9 dicembre 1975, quando aveva 81 anni.

Filomena Palmieri 2Palmieri/o Filomena di Pellegrino di anni 23 - fol. 8;  2.5.1917

Avendo saputo della dimostrazione corsi in piazza per curiosare ed anche io mi misi a gridare che desideravamo il pane. Non contribuii con le mie grida ad eccitare la folla per farla trascendere ad atti di distruzione e non è vero che usai resistenza ai Carabinieri. Soltanto per evitare che il Maresciallo fosse colpito dai sassi, lo presi fra le braccia per farlo scansare. Non ho conosciuto nessuno dei dimostranti e non so né il movente della dimostrazione, né il proposito dei dimostranti. Durante le grida la guardia municipale Napolitano era quegli che incitava di più e suggeriva di salire sul Municipio e distruggere ogni cosa, dicendo che eravamo donne e nessuno ci avrebbe potuto far niente. Mi riserbo di indicare testimoni e di scegliere un difensore".

Ai lati della dichiarazione vi è una annotazione, in alcuni tratti illegibile, di cui si riesce a comprendere solo "Il Carabiniere Frungillo prese per la gola ........... Guerriero Teresa ..... il panettiere Felice Albano chiuse il negozio del pane.........".

Vennero poi interrogate le Parti Lese con obbligoad iniziare dalle sorelle Ferrara.

Avella Piazza Municipio Prima Immagine Comune e a destra Palazzo NOE Copia 2 CopiaFerrara Maria ed Orsola fu Aniello di anni 30 e 27 - fol.  21;  1-5-1917

“Dalle finestre di casa nostra, che è di fronte al palazzo municipale dalla parte della via, assistemmo in buona parte alla dimostrazione, che cominciata in modo tranquillo, degenerò con la folla sempre crescente negli atti di vandalismo commessi sulla casa comunale. In qual modo siano entrati sul municipio non possiamo dirlo e soltanto osservammo bene ciò che avveniva nelle stanze difronte alla casa nostra nel gabinetto del Sindaco, nella sala delle tornate consiliari e in quella dov'era l'archivio di deposito. Erano tutte donne che dalle finestre gittavano sulla strada sedie, ed altri mobili, tavole, poltrone, divani, carte e libri = Ed altre donne ed anche uomini sulla strada appiccavano il fuoco a detti oggetti. Fra le donne che erano sulle finestre a gittare mobili riconoscemmo Domenica Sorriento, Maria Masi, Filomena Montanile, Maria Carmina Vittoria, Caterina Caruso (questa forse non ancora arrestata) e molte altre che vedendole potremmo identificare. Nella strada vedemmo Sorriento M. Antonia, Biffetti Pasquale, che scassava i mobili e li gettava sulle fiamme, Carmina Noviello, e molte altre che conosciamo di vista: vi era pure la figlia di Biagio Morelli, vedova. Dalle finestre gittammo acqua per spegnere il fuoco e provocammo così l'indignazione contro di noi di tutta quella gente, che con pietre si rivolse contro i nostri balconi, frantumando due vetri. Autori di tale danneggiamento da noi patito fu, con altri, Barba Domenico di Domenico, contro del quale e anche verso gli altri ci riserviamo di sporgere querela anche per le atroci ingiurie rivolte al nostro indirizzo. Delle sedie di Vienna vennero asportate lontane; ma non sappiamo precisare da chi. La manifestazione fu un fatto improvviso, perché in precedenza non se n'era avuto alcun sentore, ed i dimostranti riteniamo si siano spinti ad assalire il Municipio durante l'agitazione e istigazione di persone che si trovavano nella folla e che gridavano: Diamo fuoco al Municipio! Una delle principali istigatrici era la figlia di Angelica Sorriento. D=gittava pietre certo fasolino Antonio = Sulla via alimentava il fuoco anche la figlia di Borrelli Sabato (Francesca Borrelli maritata a D'Avella Giacomo".  

Palazzo Pescione 1Amerigo Pescione fu Raffaele Sindaco - fol. 24;  1.5.1917

“In qualità di capo dell'amministrazione sporgo querela contro gli autori del danneggiamento al Municipio, commesso dai dimostranti, allorché io per ragioni di salute, mi trattenevo a Napoli. La dimostrazione fu un fatto improvviso, almeno per quanto mi è stato riferito, perché nelle ore antimeridiane di ieri l'altro, nel paese regnava la massima quiete, ed in precedenza non vi era stata alcuna minaccia seria che avesse potuto far ritenere quello che si svolse. Regnava è vero un malcontento da parte della popolazione, che abituata a panificare privatamente, mal tollerava che il grano fornito dal Consorzio Granario si dovesse distribuire solamente al Mulino. Penso che l'agitazione fosse stata, se non in tutto, almeno in parte premeditata, tanto più che da parte dei dimostranti, come ho saputo, si fece il possibile di evitare che le Autorità lontane fossero avvertite di ciò che accadeva ed avesse potuto in tempo utile mandare rinforzi di militi. Non mancavano inoltre invettive contro gli Amministratori e più questa circostanza mi induce a credere che i disordini fossero preordinati ad opera di avversari dell'Amministrazione, avendo anche trovati infranti i vetri di parecchi balconi della mia abitazione che è nel Corso Vitt. Em.; come privato, mi rimetto alla Giustizia, tanto più che al momento non mi risulta che io abbia dato luogo a detto danneggiamento". 

Felice Albano 20200217 114729 1 1Albano Felice fu Pasquale di anni 52 -  fol. 20; 1-5-1917

“Non mi trovavo sul luogo quando avvennero i disordini. Per quanto mi riferiscono le persone di mia famiglia, la folla dopo della devastazione del palazzo municipale si accalcò presso il pastificio di mia proprietà credendo che dentro vi fosse nascosto del grano. Il Tenente dei Carabinieri accompagnò nel pastificio e in casa mia, per tutte le camere alcune donne che capitanavano la dimostrazione, le quali potessero così convincersi che di grano non vi era alcuna traccia. Dopo incominciarono a tumultuare. La mia famiglia spaventata si chiuse dentro ed i dimostranti con pietre infransero circa quaranta vetri delle finestre e dei balconi, fracassarono e bruciarono le scalette che in numero di 25 erano sulla strada ed egualmente fracassarono e bruciarono un parte del telaio della porte del magazzino, arrecandomi un danno complessivo di circa lire 300. Né mia moglie, né i bambini, spaventati come erano, e chiusi in casa potessero conoscere gli autori del danneggiamento, contro dei quali per altro non intendo sporgere alcuna querela".   

Corso Vittorio Emanuele e Mulino Albano in fondo 1D'Avanzo Eduardo fu Martino di anni 57 - fol. 48;  3-5-1917

“Siccome il panettiere Felice Albano è mio inquilino nella rivendita dello spaccio del pane, la popolazione supponesse che si trovasse in casa mia del grano nascosto e volevano invaderla. Cominciarono infatti a scagliare pietre contro i vetri dei balconi e allora si persuasero della inesistenza del grano quando il Tenente dei RR. CC: accompagnò due delle dimostranti che rovistarono per tutte le stanze, fin nel giardino. Io non ero in Avella e mi sono doluto di quanto è successo e di quanto mi è capitato sia come cittadino che come assessore. Tanto più poi che sono stati sul Municipio distrutti le effigie dei miei partenti, il cardinale D'Avanzo, mio zio, e il prof D'Avanzo, mio padre, persone illustri e benefattori del paese. Pel danneggiamento subito mi querelo restando inteso delle disposizioni di legge contro quelli che ne risulteranno autori e mi riservo di sporgere querela per gli altri fatti di cui ho fatto menzione innanzi. In Avella non è mai mancato né la pasta, né il pane e la farina e la fame, secondo me è stato un pretesto per la dimostrazione mossa dal generale mal contento per lo stato di guerra e favorita dagli oppositori del partito imperante, che andava in cerca di un'occasione per turbare l'ordine pubblico". 

Comune vecchio con lapidi. Anni 20 CopiaDa sottolineare che, a conflitto mondiale terminato, il nostro paese immolò alla Patria ben 41 Fanti - Contadini: diciannove sul campo di battaglia, undici negli ospedali civili e di campo, per malattie contratte in guerra per ferite mortali o in prigionia, undici dispersi di cui non si ebbero più notizie.

E non vanno dimenticati quelli che morirono nel letto di casa dopo lunga convalescenza, né, tantomeno, non si possono tralasciare i mutilati, gli invalidi e i feriti

Enrico Forzati, Medaglia d’oro al valore militare, simbolo delle virtu’ civili e del ponte ideale che accomuna Napoli e Nola, identificando il coraggio e la cultura del Sud

In occasione della convention sulla Giornata della Memoria, tenutasi giovedì 23 gennaio, nel Palazzo comunale di Baiano, si ritiene opportuno ri-pubblicare il testo dell’8 maggio del 2017, che racconta la figura di Enrico Forzati, medaglia d’oro al valore militare, tra le vittime dell’eccidio per rappresaglia compiuto dalle truppe naziste nella Caserma “Principe Amedeo di Savoia” a Nola, l‘ 11 settembre del 1943.

1 enrico forzati1 383x381Gianni Amodeo - 28.02.2020 - Una piccola comunità, quella che si è ritrovata nell’androne che s’apre verso il cortile del Palazzo contrassegnato dal numero civico 1, in piazza Santa Maria degli Angeli, nella città partenopea; una piccola comunità, con le rappresentanze delle civiche amministrazioni di Napoli e Nola, i sindaci Luigi De Magistris e Geremia Biancardi, il Rettore della Federico II, Gaetano Manfredi, il docente emerito di Filosofia morale, Aldo Masullo, magistrati e docenti universitari, un drappello di giovani e semplici cittadini, tutti convenuti per la commemorazione di Enrico Forzati, trucidato nell’eccidio degli ufficiali compiuto a Nola, come atto di rappresaglia dalle truppe naziste l’ 11 settembre del 1943, tre giorni dopo l’annuncio della Dichiarazione img 20170508 wa0009ufficiale dell’armistizio, sottoscritto a Cassibile, in Sicilia dove le truppe anglo-americane erano già sbarcate da alcuni mesi. Era la prima delle stragi e rappresaglie anti-italiane, che si susseguirono dal Sud al Nord fino al 25 aprile del ’45, la giornata che segnò l’apice della Resistenza con il sigillo della Liberazione dall’occupazione nazi-fascista.

E’ certamente singolare nella sua unicità, la storia di Enrico Forzati, ma soprattutto di ammirevole esemplarità sotto tutti i possibili profili etici, civili ed umani, per quanto di non comune e diffusa conoscenza. E rivisitarla nei tratti essenziali, giova al ricordo pubblico, essendo specchio di un tempo e di una società, su cui il carico della dimenticanza ne accentua la lontananza nell’immaginario come nel sentire e nel pensare generale. E’ la storia di un giovane e ben stimato uomo di legge e di avvocato con sicure competenze professionali, ch’é arruolato nell’Esercito italiano per la coscrizione di leva obbligatoria, come ufficiale, ma non è militare di carriera. Un giovane che viveva con i suoi WhatsApp Image 2019 12 06 at 21 28 182ideali, interessi culturali e aspirazioni civili, come lo sono tutti i giovani dabbene. Era in servizio nella caserma “Principe Amedeo di Savoia”, realizzata nel600 dall’amministrazione borbonica, con funzione logistica e strategica di tutela e salvaguardia di Napoli, capitale del Regno, insieme con i capisaldi costituiti dai presidi militari di Nocera e Aversa. Un presidio, quello di piazza d’Armi, che fungeva sostanzialmente da deposito di armi tutt’altro che modelli di efficienza, con truppe acquartierate in malo modo, con scarsi mezzi e penuria di viveri e vestiario, mentre nell’aria si avvertiva sempre più netta la percezione della sconfitta militare dell’Italia sui fronti di guerra. E fu, questo, il malinconico e cupo scenario, che fece da sfondo alla la tragedia che si consumò proprio nella Caserma, con l’arrivo dei reparti della “Goering” in ritirata per attestarsi su posizioni difensive nel Lazio, incalzate com’erano e senza tregua dalle truppe anglo-americane.

220px Targa Enrico ForzatiLa rappresaglia delle truppe tedesche, disorientate e sorprese dalla Dichiarazione d’armistizio considerato vero e proprio tradimento, fu attuata con fredda determinazione e rapidità di manovra. Utilizzando i mezzi pesanti di cui era dotato, lo schieramento dei reparti tedeschi, pose sotto controllo il presidio militare e le truppe che vi sono acquartierate vennero disarmate in un baleno, mentre per gli ufficiali si procedette alla triste conta della decimazione dei condannati alla fucilazione. La sorte escluse dalla decimazione Enrico Forzati, che, però, di sua scelta e volontà avanzò 3 lapide eccidio1dalla schiera degli ufficiali, dichiarando di aver sentito pronunciare le sue generalità. Un gesto estremo di sacrificio, con cui salvò la vita al destinatario della conta di decimazione. Un gesto di nobiltà d’animo e di altruismo, da affidare alla memoria storica e alle giovani generazioni, con la lapide memoriale apposta nel cortile del Palazzo di piazza Santa Maria degli Angeli, dove la famiglia Forzati vive da quattro generazioni. Una scelta voluta dall’amministrazione comunale di Napoli e, in particolare, dal sindaco metropolitano Luigi de Magistris.

 

DAL PATRIOTTISMO DELL’UMANITA’ ALLA COMMUNITAS CIVILE, 

DALLA RIMOZIONE ALLA DOVEROSA DIGNITA’ DELLA MEMORIA                                 

Varie e articolate le chiavi di lettura con cui si connotava la commemorazione, per interpretare la storia di Enrico Forzati, alla cui memoria é dedicato l’Istituto comprensivo di Sant’Antonio Abate. Di spiccato interesse, erano i Premio Forzati ad Aldo Masullo img 20170508 wa0007flash back di racconto e i temi di riflessione focalizzati da Aldo Masullo, ventenne e testimone oculare degli eventi di quegli anni, abitando la sua famiglia nelle vicinanze della Caserma di piazza d’Armi. Per il filosofo, la vicenda di Enrico Forzati costituisce una forte e pregnante testimonianza di quello che ha definito “Patriottismo dell’umanità”, inteso come tributo reso all’affermazione del primato dei valori della comunanza, con cui si rinsaldano e animano i popoli tutti, senza distinzioni etniche e razziali, politiche, religiose ed economiche; primato, i cui valori vanno esercitati e diffusi contro tutte le forme di oppressione e le iniquità dei regimi totalitari. Una prospettiva, per la quale il sacrificio di sé, fatto da Enrico Forzati non costituisce un istantaneo moto d’impulso emotivo e di reazione in sé alla violenza della rappresaglia che si veniva realizzando con cinica brutalità, bensì una scelta di volontà e mente, per affermare e ribadire il senso della vita e dell’umanità al di là degli odi e della cecità della guerra che innesca infinite tragedie di morte e distruzione. Una scelta di consapevolezza, superiore ad ogni comune immaginazione, che resta, ed è, densa di valore civico e morale, il cui significato travalica i tempi.

Forzati Francesco images8QCU2DULSulle scie disegnate da Masullo si innestavano le riflessioni di Francesco Forzati, avvocato e docente universitario, nipote di Enrico, per sottolineare come cambiò il senso della vita della sua famiglia, a fronte del gesto del nonno. Un cambiamento drammatico, del tutto simile ed eguale a quello vissuto sulla propria pelle dai tanti milioni di famiglie sconvolte dagli effetti drammatici del secondo conflitto mondiale. E il riscatto da tutte le tragedie belliche e soprattutto del superamento delle loro cause scatenanti – evidenziava - ieri come oggi risiede nello spirito della communitas, della coesione sociale che si nutre delle virtù civili per il diritto alla vita e alla dignità del vivere umano; spiritosottolineava - aleggiante proprio tra la piccola comunità riunita per ricordare Enrico Forzati, accomunando Napoli e Nola, per esprimere i valori della civiltà e della cultura del Sud. E, a far da prologo a Francesco Forzati, era stato il padre, l’avvocato Maurizio, per rappresentare l’importanza civile della decisione dell’amministrazione comunale partenopea nell’onorare la memoria paterna, dando lettura del testo letto da Giovanni Porzio a Castelcapuano, in occasione del conferimento ad Enrico Forzati della Medaglia d’oro al valore militare, attestandone l’esemplarità di vita.

5 Gabriele Arenare Gaetano Manfredi InformareonlineSe il racconto di Masullo era reso fortemente intenso e vivido con i tasselli inconfondibili della personale “vita vissuta”, sullo schermo dei ricordi tramandati si polarizzavano, invece, gli spunti di riflessione di Gaetano Manfredi, Rettore dell’Ateneo federiciano, e di Geremia Biancardi, sindaco della città bruniana, cinquantenni in gran carriera per professionalità e meriti, e non solo che vivono nella stessa città, ma hanno anche frequentato lo stesso Liceo classico, lo storico “Giosué Carducci”. Uno schermo di ricordi soprattutto famigliari, in particolare per il Rettore Manfredi, legati a tutto il Geremia Biancardi il sindaco di Nola nel direttivo associazione beni Unescomondo rappresentato dal presidio militare di piazza d’Armi nella storia della città. E dell’eccidio del ’43, il “primo cittadino”   marcava la rimozione, quasi una specie di “damnatio memoriae” patita in modo incomprensibile fino al 1996, quando la civica amministrazione, guidata dal sindaco Franco Ambrosio, espressione dell’allora Alleanza nazionale, ne recuperò in pieno il valore al patrimonio storico e ideale della città, istituendo la cerimonia evocativa che da 21 anni si celebra l’11 settembre; un recupero, a cui diede impulso la lettera pubblicata dal Corriere della Sera, scritta da Alfonso Liguoro, magistrato ed avvocato, figlio di uno degli ufficiali trucidato nell’eccidio nolano, trovando sostegno e ancoraggio nell’associazione “Amici del Marciapiede”, attiva in città e sul territorio con importanti iniziative di volontariato civico e culturale. Un recupero, a cui si è ora allineata Napoli, nel segno della storia di Enrico Forzati.

LA TOPONOMASTICA TESTIMONE DI STORIA

Sul punto, la riflessione del sindaco metropolitano, Luigi de Magistris, era di calzante valenza sociale, Lapide eccidio img 20170508 wa0008nell’evidenziare la funzione della toponomastica, quale sintesi parlante e libro aperto della memoria e delle virtù civili di una comunità e di coloro che l’hanno onorata. E la toponomastica- spiegava- va scritta con meticolosa attenzione e, se è necessario, va anche ri-scritta, perché sia realmente rappresentativa dell’autenticità della vita comune delle città. La lapide in onore di Enrico Forzati s’inscrive in questo percorso, così come è stata inscritta la piazza dedicata di recente ai Martiri di Pietrarsa, i quattro operai che il 5 agosto del 1863 che furono trucidati dai bersaglieri dell’Esercito regio dell’appena costituito Regno d’Italia: erano colpevoli di rivendicare le garanzie per la conservazione del ciclo produttivo dell’opificio, che era sottoposto a graduali e drastici ridimensionamenti disposti dal governo nazionale. E per oltre un secolo e mezzo sui Martiri di Pietrarsa è stata calata la rigida cappa della “damnatio memoriae” istituzionale, appena rimossa dall’amministrazione di palazzo San Giacomo. E poi De Magistris si soffermava sulla ri-scrittura doverosa della toponomastica, citando la 085121288 ed61c70d 7921 42cd 817a c93932419b3dcancellazione della targa stradale dedicata a Gaetano Azzariti, a Borgo Orefici. Azzariti aveva presieduto il famigerato Tribunale della razza, istituito nel 1938 dal regime mussoliniano con l’orrenda e terrificante legislazione anti-ebraica sulle tracce di quella del 1933 nella Germania nazionalsocialista; Tribunale che, con le sue articolazioni e i supporti della polizia giudiziaria appositamente ed esclusivamente dedicata, sancì la deportazione e la morte di migliaia di famiglie ebree, spesso di modesta condizione e delle quali si ricomposero gli alberi genealogici a ritroso di due e addirittura di tre secoli, per comprovarne lo status ebraico e l’”obbligo” di persecuzione che dovevano subire per disposizione di legge. E, pur con il curriculum di massima espressione del sistema giudiziario delle persecuzioni anti-ebraiche, Azzariti nello Stato repubblicano e democratico, beneficiando dell’amnistia del ’47, divenne persino giudice supremo della Corte costituzionale, fino all’intitolazione in suo onore della strada, che nel 2014 è stata dedicata, invece, a Luciana Pacifici, la bambina innocente vittima delle persecuzioni anti-ebraiche. Un gesto - sottolineava il sindaco Luigi de Magistris il cui significato è penetrante per i contenuti etici e morali.

Pagine di Storia Avellana 1: Cronaca di un'amara e triste vicenda del 29 Aprile 1917

Assaltano, devastano ed incendiano il Comune. Ricerca di Nicola Montanile. Prima Parte.

Stazione della Circumvesuviana Avella SperoneDomenica 29 Aprile del 1917 - nel mio testo “Non soltanto sulla pietra”, a pagina 33, nell’appendice titolata “Un'amara e triste storia”, per un errore tipografico, si riporta il 17 –, alle ore 18.00, al grido "Vogliamo il grano", "Vogliamo il calmiere", "Abbasso il sindaco", ci fu una rivolta, che ebbe come mira la sede municipale. Furono rotte le porte, le finestre, i vetri ed oggetti vari; furono incendiati i Registri dello Stato Civile dei Nati, dei Matrimoni e dei Morti, oltre a documenti di certificazione varia e di cassa.

Tutto ebbe inizio, quando, donne di età compresa tra i diciotto e i cinquant'anni, a cui si aggiunsero degli uomini, partite dai rispettivi quartieri, si diressero alla Stazione della Circumvesuviana, per aspettare l'arrivo del treno da Napoli, su cui viaggiava, in quanto in ferie, ma dimorante ad Avella, in Corso Vittorio Emanuele, il sindaco Amerigo Pescione, nato a Catanzaro il 28 dicembre 1868 da Raffaele e Lavinia Pertosa e morto a Napoli il 6 luglio 1918.

Avella Piazza Municipio inizi 900Le donne, deluse, perché il primo cittadino non arrivò, era stato probabilmente avvisato che “correvano cattive acque”, si diressero al Comune in Piazza Municipio, dove, a poco a poco il numero delle persone aumentò sino ad arrivare a circa settecento, anche perché alcune erano in piazza per ritirare la posta proveniente dal Fronte (Grande Guerra), essendo l'Ufficio Postale e il Circolo Sociale ubicati nei locali municipali.

A cercare di fermare la folla inferocita fu l'avv. Giuseppe Biancardi, nato in Via Purgatorio, il 6 marzo 1888, da Andrea e Maria Pignatelli, e deceduto, il 14 febbraio 1936, in via Carmignani, (in seguito, ricoprirà anche la carica di Podestà), che si trovava nel su menzionato ritrovo sociale. Secondo la sua testimonianza, erano circa quaranta donne presenti.

Giuseppe Biancardi img 0002 2Il Biancardi, quando vide che incominciarono a lanciargli pietre e ogni sorte di materiale, ritenne opportuno ritirarsi, catapultandosi nel giardino del Palazzo Maiella, oggi Fazio, e di poi, passando in quello della famiglia Guerriero/Bevilacqua, si trovò in Viale San Giovanni, a quei tempi conosciuta come Via San Giovanni. 

Nel verbale di ispezione, fatto il giorno dopo, in data 30, alle ore 18.00, dall'avv. Tecce Camillo, Pretore del Mandamento di Baiano, assistito dal Segretario comunale, sig. Alfredo Borselli, venivano evidenziati gravissimi danni alla sede municipale, e il locale maggiormente colpito, ovviamente, era l'Ufficio dello Stato Civile

Piazza Municipio Comune vecchio con lapidi. Anni 20 CopiaScattò subitamente il mandato di arresto con l'accusa di "Istigazione a delinquere, di cui l'art. 246 del Cod. Penale, per aver spinto all'inizio e durante la dimostrazione al danneggiamento profferendo, ad alta voce, frasi che consigliavano a bruciare, saccheggiare e distruggere, ritenendo ciò l'unico mezzo per ottenere il grano".

Vennero arrestate: 1° Masi Maria di Giacomo; 2° D'avanzo Maria Grazia di Giuseppe; 3° D'Avanzo Giuseppina di Giuseppe; 4° Nappi Giovannina di Francesco; 5° Canonico Girolama di Martino; 6° Bizzarro Angelina di Nicola; 7° Palmieri Filomena di Pellegrino; 8° Vetrano Anna di Antonio; 9° Montanile Filomena di Arcangelo; 10° Sorriento M. Antonia fu Saverio; 11° Gaglione Francesca di Salvatore; 12° Vittoria Carmela di Michele; 13° Pecchia Lucia di Aniello; 14° Napolitano Rosa di Aniello; 15° Pedalino Grazia di Antonio; 16° Lombardi Marianna fu Francesco; 17° Noviello Carmela di Giovanni; 18° Sivestri Giovanna fu Antonio; 19° Nappi Maria di Aniello; 20° Caruso Antonetta di Elia; 21° Caruso Carmina fu Domenico; 22° D'Avanzo Rosa di Giuseppe; 23° Napolitano Ma Carmina di Domenico; 24° Napolitano Michela di Gennaro; 25° Rocco Gaetana di Francesco; 26° Noviello Teresa fu Antonio; 27° Noviello Clementina fu Antonio; 28° Palazzo BorrelliBorrelli Francesca di Sabato; 29° Caruso Carmela di Elia; e a continuare gli uomini: 30° Belloisi Domenico fu Giovanni; 31° Biffetti Pasquale; 32° Napolitano Gennaro fu Salvatore; 33° Bizzarro Sebastiano fu Domenico; 34° Sapio Vincenzo fu Natale; 35° D'Avella Francesco di Francesco; 36° Napolitano Giuseppe di Vincenzo; 37° Maiella Michele fu Michele; 38° Gaglione Francesco fu Elia; e, infine, altre due donne: 39° Mazzara Giuseppa di Francesco; 40° Sorriento Domenica fu Cesare. 

All'accusa di istigazione fece seguito, anche, solo per nove di esse, quella di "Violenza e resistenza all'Autorità, di cui l'art° 187 C. P., i sottonomati per avere offerto resistenza, circondando agenti di forza pubblica, mentre altri dimostranti compivano danneggiamenti".

Inoltre il verbale metteva in risalto che Montanile Filomena di Arcangelo gettava dalle finestre del Corso Vittorio Emanuele e Mulino Albano in fondo 1Municipio, sulla piazza, registri e suppellettili, mentre Fusco Angelina di Andrea, con una piccola zappa, tentava di scassinare la porta del magazzino di Albano Felice, proprietario del Mulino.

Per le altre donne ci furono ancora altri capi di imputazione; venivano chiamati a testimoniare coloro che avevano assistito ai fatti.

Infine, e non alla fine, le parti lese furono D'Avanzo Eduardo fu Martino, nipote del Cardinale Bartolomeo sia perché assessore, sia poiché il palazzo dove gli Albano avevano il Mulino, inizialmente, era di loro proprietà, e di conseguenza anche Felice Albano di Pasquale; mentre 1 Piazza Municipio Comune e a destra Palazzo NOE 5 Copiale parti lese con obbligo furono il sindaco Amerigo Pescione, unitamente alle sorelle Maria ed Orsola Ferrara fu Aniello.

In effetti le germane vennero offese poiché erano intervenute per far desistere due donne a bruciare i registri, fattaccio che avveniva sotto i loro occhi, in quanto l'Ufficio dello Stato Civile, si affacciava sul tratto di Corso Vittorio Emanuele dove era la loro abitazione, ossia il Palazzo De Falco Noè, il cui nome divenne uno "stortanomm", e la citata Maria era sua moglie.

QUANDO LA "SPAGNOLA" COLPI' ANCHE AVELLA

Corsi e ricorsi storici di pandemie che hanno decimato gli uomini, che non hanno imparato ancora nulla, o quasi, da questi avvenimenti.

 

Influenza Spagnola maxresdefaultNicola Montanile - 20.04.2020 - E', indubbiamente, un anno, non all'insegna di "Festa, Farina e Forca", ma di "Non Festa, Coranavirus, Mascherine", con la consapevolezza che si deve ancora restare a casa ed il senso, ci si augura, di responsabilità ed il prometterci di essere più caritatevoli e a pensare che le pandemie ci sono sempre state e lo si è appreso da emeriti scrittori, quale Boccaccio nel suo “Decamerone”, il Manzoni nei “Promessi Sposi” e tanti altri.

Epidemie che hanno fatto più danni delle guerre, come la “Spagnola” che uccise, più soldati e persone che la Prima Guerra Mondiale.

s l400 CopiaAnche il Baianese-Alto Clanio ne fu coinvolto e avellani, un poco più stagionati, raccontano che, quando i morti venivano caricati su di un carretto per essere sepolti nel cimitero, che era stato costruito nel 1841 e che era alle spalle del Castello, accadeva che, facendo la ripida salita di via Farrio, i cadaveri, i mezzi vivi o i morti cadevano dal carretto e subito gli addetti li ricaricavano come se fossero sacchetti di spazzatura.

La peste colpì anche Sperone e gli abitanti di questo attivo centro basso irpino, che vennero miracolati grazie all’intervento di Sant’Elia, lo elessero a patrono; così fecero pure i cittadini di Baiano con Santo Stefano per il vaiolo e quelli di Avella per S. Sebastiano, secondo alcuni, per il colera, altri per la stessa peste.

S.ELIA Profeta Protettore di SperoneS. Stefano Immaginetta imagesFJ6514ZCSan Sebastiano 3C’era bisogna del coronavirus per comprendere che la nostra vita, come affermava, Emilio Cacchi, “… è un filo di seta sospeso in un gioco di rasoi”, per cui alle persone su menzionate è d’uopo ricordare che la vita non ha una seconda edizione che ti permetterebbe di correggere le bozze.

Allora quest’anno è stato triste constatare l’aborto delle nostre radici, fatte di cose semplici, quali il portare da parte delle le figlie il canisto  ('O canisto) alle mamme, delle nuore alle suocere; celebrare la settimana Santa, la rappresentazione della Passione di Cristo, il Lunedì in Albis, il sepolcro  (‘O sabburco), la processione delle Palme (degli Ulivi); fare i casatielli, con l’uovo, che è simbolo di vita, e tante altre “radici” che sarebbe lungo da menzionare.

Peste di Milano 113208095 cf358289 693e 43b1 becb ea076bf77fe5La vita è breve, ma non ci accorgiamo che facciamo di tutto per renderla tale, non impariamo le lezioni, forse perché distratti, menefreghisti, superficiali, furbi, egoisti, sciacalli, assetati di potere, e gli esempi più tangibili sono le vicende dei su menzionati morbi, tra cui la Peste e la Spagnola.

La peste, scoppiata a Milano, tra il 1629 e 1633, finì per colpire anche diverse zone dell’Italia Meridionale, come sopra accennato.

In effetti, accadde che i potenti del potere temporale e, ancor più grave, di quello spirituale, all’inizio del propagarsi del pericoloso morbo, non gli prestarono un minimo di attenzione ed importanza; anzi affrontarono il problema con molta superficialità.

PesteTale superficialità si manifestò con l’escludere che la peste fosse giunta nel nostro paese, attraverso i Lanzichenecchi, soldati di ventura germanici, che, tra l’altro, commisero ogni sorte di sciacallaggio; col non dare ascolto a stimati medici come Ludovico Settala; col ritenerla una semplice febbre maligna o pestilente e, che, comunque, la guerra, in corso, era più importante; con la grande festa che il Governatore Spinola, non curandosi del decreto emesso, diede per la nascita di figlio del Re Filippo IV, e, non ultima, l’imprudenza della Chiesa a concedere di fare una processione, che, ancor più, permise al morbo di espandersi.

peste Milano imagesIKIGKEXLCosì, alla fine di marzo del 1630, la peste scoppia in tutta la sua virulenza e subito si ebbero malattie, morti, con accidenti strani, dovuti a spasimi, palpitazioni, letargo, delirio, con segni di lividi e di bubboni; e allora gli organi preposti furono costretti ad intervenire e i primi a dare il loro valido contributo, nel lazzaretto, furono i “Cappuccini”.

Intervenire, anche se in ritardo, fu un fatto abbastanza positivo, anche se al morbo si era associato la pericolosa superstizione, che già era presente nel Seicento, e l’indignazione verso gli untori che andavano in giro ad ungere alcune case con sostanze in grado di diffondere il morbo.

Passano secoli ed ecco arrivare la “Spagnola" e, anche in questo caso, crediamo che ci farà “un baffo”, ma ovviamente così non è.

Sebbene il morbo non fosse nato nella penisola iberica, prese questo appellativo in quanto a parlarne, per primi, furono proprio i mezzi di informazione spagnoli, perché, a differenza degli altri Paesi, non erano soggetti al regime, il quale negò la propagazione della malattia.

Spagnola 1 OBJ108691705 1Lo scoppio del morbo-Spagnola venne favorito dalle pessime condizioni umane, nonché igieniche, in cui dovettero combattere i soldati sui vari fronti, all’interno delle trincee, allo spostamento e anche agli incontri che, a volte, avvenivano nei momenti di tregua e di feste, per scambiarsi doni, auguri, cibi e anche varie vettovaglie.

La pandemia ebbe un gradissimo e inaspettato tasso di mortalità tra le persone sane di età compresa tra i quindici e trentacinque anni.

Quando l’America, insieme al Giappone e l’impero britannico, decisero di partecipare al conflitto, tanto che si rinominò la Grande Guerra o Prima Guerra Mondiale, si scoprì che il virus era stato diffuso dai soldati americani, i quali erano sbarcati, nel 1917, in Europa.

prima guerra mondiale soldatiIl letale virus H1 N1, che si manifestava mediante tosse e sternuti, trovò facile diffusione tra i soldati, poiché il loro sistema immunologico era debole a causa della malnutrizione e, soprattutto, per lo stress di stare, continuamente, sul chi va là, tra sterco, urina, feriti, morti e continui spostamenti di truppe e spesso viaggi, dove incontravano altre persone, tra cui marinai e semplici civili.

Questa, in effetti, fu la prima strage, che l’influenza causò, grazie al contributo della Prima Guerra Mondiale, ma la seconda fu ancora più virulente, e siamo nel 1918, dove, però, si deve mettere in risalto, che i giovani, in salute, si riprendevano molto bene.

Morti Prima Guerra Mondiale 2026Ma successe che la pandemia si ripresentò, in modo più mortale, in quanto nelle trincee, per selezione naturale, i soldati che avevano contratto una forma leggera rimasero dov’erano, mentre i malati gravi venivano inviati su treni affollati verso ospedali da campo altrettanto affollati, diffondendo così il virus.

La seconda ondata iniziò così e l’influenza si diffuse, rapidamente, in tutto il mondo ed, inizialmente, si chiamò “Bronchite purulente”; i medici degli ospedali inviarono allarmati rapporti ai loro superiori, ma con gli alti comandi, impegnati nelle grandi offensive del 1916 e del 1917, che costarono centinaia di migliaia di morti, nessuno prestò loro molta attenzione.

influenza spagnola 696x348Intanto la disperazione portò ad ipotizzare varie teorie sulla guarigione, non ultima che la malattia fosse neutralizzata dall’alcool, per cui si passò, facilmente, dal male all’alcolismo.

In definitiva, come amaramente si evince, scambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia, anzi peggio ancora “La maggior parte egli uomini spende la prima metà della sua vita a rendere infelice l’altra”, per cui non rimane che un caloroso invito a “RESTARE IN CASA”, e lo hanno detto anche coloro che si sono immolati per questo morbo, e soprattutto non lo si consideri solo uno slogan o per far vedere come si passa il tempo, ma come lo stanno passando quelli che sono in prima linea e rischiano più di tutti. Per comprendere la gravità della situazione, datevi alla lettura di testi di Storia Patria, così si potrà acquistare il senso del saper vivere ed il rispetto della vita altrui.