Valle Caudina e Valle Baianese, un traforo di collegamento: Per un’analisi aperta a 360°

La nota dell’architetto Angelo Piciullo costituisce un importante contributo di profilo tecnico-scientifico e di qualificata deontologia professionale, oltre che di chiara valenza sociale e politica - ampiamente intesa - sull’idea di progetto, che contempla la connessione tra due territori di sicura importanza nell’assetto geoamministrativo e nel sistema infrastrutturale della Campania, con la precipua finalità di promuoverne ruoli e funzioni, rispetto alle dinamiche della Città metropolitana di Napoli e delle province di Avellino, Caserta e Benevento. Il testo è pubblicato integralmente, fornendo elementi e argomenti aderenti alla realtà, sapendo guardare in prospettiva. Una tematica che sarà focalizzata in pubblico convegno di studio, promosso ed organizzato dal Circolo socio-culturale L’Incontro.

cartinaBaiano, 5 marzo 2019 - Non vi è dubbio che il Presidente della Provincia, Biancardi, con la sua proposta del traforo, abbia avviato una discussione sul futuro di questi territori.  A lui il merito di aver in un certo modo sollecitato le sensibilità, le quali da un po’ di tempo appaiano sopite e distanti dalle problematiche delle comunità locali.

La proposta non è da sottovalutare e neppure da affrontare nella sterile contrapposizione tra le due categorie del  e del No, senza un’analisi attenta nel merito delle problematiche. Ritengo che, su tunnelquest’idea di collegamento tra le due vallate (Caudina e Baianese), ognuno, con il proprio bagaglio di conoscenza dei territori e di competenza nei vari settori, potrebbe apportare un contributo partecipativo utile per la scelta più appropriata.

Le due vallate giacciono rispettivamente alla base settentrionale e meridionale del Parco del PartenioLa prima è costituita da quattordici Comuni, di cui quattro nella provincia di Avellino e dieci in quella di Benevento. L’altra: “Il Baianese” è formato da sei comuni ricadenti tutti nella provincia di Avellino e confinate a occidente con “La Città Metropolitana”. I processi urbani all’interno delle due aree hanno subito, in modo speculare, quasi le stesse dinamiche di saldatura tra gli originari centri, tanto che oggi si presentano come due conurbazioni, senza soluzioni di continuità, in una maglia fitta in cui gli spazi a verde sono sempre più ridotti e soffocati per la continua e disordinata attività edilizia.

gscaud02Nel Piano territoriale di coordinamento provinciale di Avellino, per le due vallate, è prevista l’ Unione dei Comuni e il rafforzamento dell’armatura urbana con l’organizzazione degli insediamenti antropici in sistema città: La Città Caudina e La Città del BaianesePer la prima, il progetto di Città Caudina è circoscritto, limitato ai soli comuni della provincia di Avellino, mentre nella realtà il processo urbano ha interessato anche i Comuni ricadenti nella provincia di Benevento e di Caserta e quindi oltre i rispettivi confini amministrativi e provinciali. Per la Città del Baianese, il processo di unificazione riguarda tutti i sei Comuni.

Valle Caudina Rotondi 817x404 cIn questa prima fase di approccio, mi permetto di introdurre solo pochi e sintetici spunti di riflessione. Il traforo proposto mira a mettere in comunicazione la Valle Caudina con la rete autostradale A16 (casello di Baiano) e la città di AvellinoL’idea nasce dall’opportunità di realizzare un collegamento diretto della valle Caudina al casello autostradale di Baiano, con una riduzione dei tempi di percorrenza per raggiungere AvellinoSalernoNapoli.

Una valutazione fondamentale è comprendere se l’attuale sistema di rete infrastrutturale stradale sia idoneo a sopportare un carico di traffico derivante dal traforo e quali le conseguenze. Per chi conosce e Baianese dallalto istockphoto 628592106 612x612vive il territorio ha la consapevolezza che la rete stradale, ex Nazionale 7 bis, è sottoposta a momenti di grande criticità, soprattutto negli orari di punta, con preoccupanti difficoltà d’inserimento da chi proviene dalle strade interne dei centri abitati.

Non è di poco conto la circostanza che il flusso di traffico, diretto verso Avellino, si troverebbe in un punto di snodo critico della città, rotonda di Torrette di Mercogliano, che già allo stato attuale è in una condizione di sofferenza. Attualmente, il flusso veicolare proveniente dalla Valle Caudina ha punti di inserimenti nella città di Avellino, nella parte opposta, attraverso Mercogliano Valle e la strada SS88, località Pennini.

Un’altra questione di non secondaria importanza è il luogo preciso in cui dovrebbe aprirsi il traforo. Per com’è organizzata la rete cinematica nel territorio Baianese, con la linea Circumvesuviana lungo la fascia pedecollinare, si pone la necessità di allontanarsi da tale soglia infrastrutturale, per evitare la costruzione di un ponte/cavalcavia.

14316847 146435862475178 8105865116347724288 nPertanto, la scelta in quale parte del Partenio aprire il traforo è alquanta problematica. Un’ipotesi potrebbe essere la testata di Viale Michelangelo a Sirignano. In tal caso, la profondità del traforo sarebbe di oltre sei chilometri e l’asse cittadino si trasformerebbe in viabilità extra urbana con necessità di procedere a un suo potenziamento e adeguamento.

Nell’ipotesi in cui si voglia utilizzare l’attuale cavalcavia, tra Baiano e Avella, l’apertura del traforo potrebbe avvenire in località “Capo Ciesco”, luogo in cui la distanza tra Avella e Cervinara è la più ridotta, circa quattro chilometri. Di contro: il flusso di traffico graverebbe sull’ area del torrente Clanio, dei Mulini, dell’Anfiteatro romano, interessando i centri abitati di Avella e Baiano.

Valle Caudina S. Martino VNella Valle Caudina la situazione appare altrettanto complessa, perché gli insediamenti urbani sono disposti lungo la fascia pedemontana, in stretto contatto con la base del versante settentrionale del Partenio e con una maglia interna di viabilità molto stretta e articolata.  Anche in questa vallata la scelta dove aprire il traforo non è di facile soluzione, proprio per la densità ininterrotta dell’urbanizzazione e per gli innesti, sulle arterie stradali, che impongono il superamento della tratta ferroviaria.

Comunque la problematica richiede una disamina approfondita con particolare attenzione all’impatto ambientale sullo straordinario contesto paesaggistico, storico/archeologico, su cui si erge e si impone il Partenio: Partenio images682ML8BXil Sacro Monte. Luogo incantevole, uno scenario in cui la natura si esibisce nella sua straordinaria bellezza, dalle notevoli connotazioni culturali e religiose e dove sono stratificati i culti del Paganesimo e poi della Cristianità. Da Cibele, madre degli dei alla Vergine Maria, il Partenio ha sempre assolto il ruolo di centro religioso nel baricentro del Mediterraneo. E forse il modo di pensare il futuro di questi territori è da ricercare proprio nei processi di civiltà avviati nella storia antica.

Bisogna guardare verso il Golfo di Napoli, scacciare questa infelice connotazione di “Bassa Irpinia” che non esalta invece la straordinaria posizione geografica “centrale” e la peculiarità dei territori. Sono due sistemi urbani da riorganizzare e ridisegnare, operando sulle criticità e sulla tutela e valorizzazione delle risorse presenti, con una visione complessiva, superando la soglia dei limiti amministrativi. Uno sulla direttrice Caserta - Benevento, l’altro lungo la Napoli - Avellino, entrambi ancorate al Monte Partenio, connesse con la Città Metropolitana di Napoli e allacciate con i due corridoi di sviluppo internazionale. E’ opportuno un cambio di direzione che abbia come priorità: la questione ambientale con la messa in sicurezza delle parti in dissesto idrogeologico, l’abbattimento dell’inquinamento ambientale, sia all’interno dei centri abitati che nelle aree di campagna e dei boschi, la riduzione del traffico e la promozione della mobilità con mezzi pubblici elettrici, la realizzazione di piste ciclabili.

A mio avviso, solo se torniamo a rispettare la campagna, le colline, le montagne, i corsi d’acqua, la natura intera, potremmo avviare un progresso virtuoso nel quale le azioni dell’uomo siano in sintonia con gli equilibri del nostro pianeta.

Arch. Angelo Piciullo

EUROSCETTICISMO E PICCOLE PATRIE

La varie crisi in atto fomentano i focolai del nazionalismo ed alimentano il populismo ed il sovranismo.

resizeimageCarmine Magnotti – 28.02.2019 - In meno di due anni la cronaca non ha lasciato scampo: la brexit, il referendum in Catalogna per la secessione, i partiti sovranisti che si rafforzano in tutta Europa. Un vento analogo spira in Italia: dal referendum in Veneto e in Lombardia per l'autonomia a un rinnovato vigore dei movimenti autonomisti in tutto lo Stivale, al governo 5 Stelle-Lega, dichiaratamente euroscettico. Fatti differenti per natura e portata, eppure con un minimo comune denominatore: un’affermazione del nazionalismo e un'insofferenza verso le istituzioni centralizzate. L'Europa è vista da molti non più come una casa comune, ma matrigna al soldo dei "poteri forti", il mercato la finanza, i padroni della globalizzazione. I filoeuropeisti affermano che l'Europa unita ha garantito settanta anni di pace e che solo se continua ad essere unita conta qualcosa nel mondo globalizzato, dove c'è da competere con Cina, Usa, Russia e India in continua crescita economica e demografica.

dalla corsica alla baveria leuropa si spacca nelle piccole patrieDalle elezioni europee del 2019 o uscirà un nuovo quadro politico ed economico in Europa o non ci sarà più futuro per L'Europa. Il nazionalismo e i suoi fratelli, sovranismo e populismo, non sono una realtà uniforme. Non esiste il nazionalismo, ma i nazionalismi. Esso ha al fondo una semplice idea: c'è una nazione e questa nazione ha il diritto di autogovernarsi. Nazionalismi escludenti sono quelli del gruppo di Visegrad che non sono disposti a condividere con i coinquilini europei il peso dei flussi migratori. Nazionalismi includenti sono il basco, il catalano, o quello scozzese, il quale, pur chiedendo l'indipendenza dal Regno Unito, vuole restare in Europa e contesta la Brexit.

Non è vero neppure che il nazionalismo sia per forza di destra. Un riferimento al popolo nazione era espresso anche dalla resistenza. I nazionalismi hanno una ragione economica e sociale. La ragione economica prende avvio dalla crisi del 2008 che ha escluso molti dalle prospettive del benessere che solo nel 2000 sembravano alla portata di tutti. La crisi ha reso evidente che né la politica degli Stati, né quella dell’Unione Europea riescono a governare gli effetti negativi della globalizzazione, mentre la gente sperimenta ogni giorno sulla propria pelle le conseguenze delle disuguaglianze sociali.

europa popoliNel tempo l'Unione Europea è diventata sempre più funzionale al mercato dominato dalla finanza. A un certo punto la gente ha visto che la politica non contava più, bastava un click per spostare ingenti fortune nei paradisi fiscali e chiudere la fabbrica sotto casa. Lo stato liberale non aveva più i soldi né i mezzi per tenere a bada i vari interessi in conflitto ed è entrato in crisi.

Oltre ai motivi economici, alla base dell'affermarsi dei nazionalismi ci sono anche fenomeni sociali. Siamo diventati una società appiattita sull'individualismo. I problemi, dalla mancanza di una politica delle migrazioni alla paura di perdere il controllo sul proprio territorio, sono affrontati in modo diverso rispetto al passato: ieri a farsene carico erano le comunità che interagivano all'interno della società, oggi lo fanno gli individui da soli. Nel passato ciascuna persona formava la propria opinione in continuo confronto con gli altri, cioè attraverso i corpi intermedi: la famiglia, le sezioni di partito, gli oratori, etc.. Oggi i corpi intermedi sono in crisi e ogni individuo tifa per sé. Se non ci sono i corpi intermedi, allora il popolo, a cui i politici fanno appello, non è più fatto di tanti soggetti sociali, ma di individui atomizzati che credono di essere interconnessi ma sono soli.  

I nazionalismi possono essere un recupero e un riconoscimento della ricchezza di un territorio o possono invece diventare arroccamenti egoistici, piccole patrie chiuse, bellicose e rancorose, incapaci di una visione che vada oltre i propri confini e che ci condanna all'insignificanza nello scacchiere globale.

Il futuro della Conurbazione Baianese

Qualche mio pensiero su alcuni di quelli che sono e dovrebbero essere i veri e più concreti obiettivi da proporsi subito per il Territorio Baianese.

Domenico Capolongo 2Sono venuto a conoscenza in questi giorni dell’idea di collegare con un tunnel sotto il Partenio il Baianese con Cervinara; confesso che la notizia mi ha lasciato sorpreso e perplesso. La stessa idea fu lanciata negli anni intorno al 1980 nell’ambito della Comunità Montana del Vallo di Lauro e Baianese, ma non ebbe nessun seguito concreto, nemmeno come progetto di massima, e del tunnel ben presto non se ne parlò più. Ricordo in particolare che i cittadini dell’altro versante erano contrari a tale collegamento diretto perché ci tenevano a “vivere tranquilli”.

In effetti, quest’opera non sembra rispondere attualmente ad una avvertita necessità di scambi, tra due aree geografiche separate da sempre dal massiccio del Partenio in proprie comunità sociali, culturali, commerciali, ecclesiastiche e amministrative. Sarebbe in ogni caso necessario valutare correttamente e attentamente i costi, i danni e i benefici di una siffatta opera, prima di tesserne i vantaggi che potrebbero essere ben pochi.

Colgo invece l’occasione per esprimere qualche mio pensiero su alcuni di quelli che sono e dovrebbero essere i veri e più concreti obiettivi da proporsi subito per il Territorio Baianese, nelle sue attuali condizioni. Innanzitutto i sei comuni, che compongono quella che è oggi la Conurbazione Baianese, con una popolazione complessiva di 26.385 abitanti al 2017, i quali dovrebbero cominciare seriamente a pensare come e quanto prima riunirsi in un unico comune, con vantaggi enormi, universalmente riconosciuti in questi tempi in cui l’Italia comincia ad aver paura dei suoi circa 8000 comuni. Nel caso in esame i sei comuni si sono uniti di fatto in un unico intreccio abitativo per cui l’unificazione amministrativa comporterebbe una serie di vantaggi, non solo economici, ma anche culturali, sociali, eccetera. In casi come questi, di tale evidenza, mi chiedo perché non possa intervenire addirittura lo Stato.

Il secondo obiettivo, questo sì, geografico e storico, a differenza del collegamento con la Valle Caudina, dovrebbe essere la richiesta alla Città Metropolitana di Napoli di poterne far parte, in quanto parte integrante e naturale della ex Provincia di Terra di Lavoro, che venne trasferita alla Provincia di Napoli nel 1927. Il Baianese e il Vallo di Lauro non dovrebbero indugiare ulteriormente a fare questa legittima richiesta, supportata da tantissimi elementi di omogeneità e integrazione con il resto del Territorio Nolano. Purtroppo, la infausta aggregazione alla Provincia di Avellino nel 1861 ha prodotto una mostruosità amministrativa, alla quale, a quanto è dato constatare, parecchi si sono assuefatti per sindrome di Stoccolma, come ho potuto osservare in una recente pubblicazione in un comune lauretano.  Un altro e non secondario obiettivo per i comuni del Baianese è la reale difesa e valorizzazione del loro patrimonio boschivo, compreso nel Parco Regionale del Partenio, il quale versa attualmente in un quasi totale stato di saccheggio da parte di ogni sorta di vandalismi. Vorrei solo ricordare che la legge istitutiva degli ultimi parchi nazionali, N.394 del 6 dicembre 1991, tra cui in Campania quelli del Vesuvio e del Cilento Vallo di Diano, il Parco Regionale del Partenio era inserito tra le “dieci aree di reperimento”, che potevano diventare parchi nazionali in caso di difficoltà ad istituire tutti i nuovi parchi nazionali previsti. Questo privilegio scaturiva anche dalla particolare collocazione geografica del Partenio lungo i percorsi o vie naturali di transito di alcune specie di mammiferi.

Penso che dovrebbe aprirsi davvero un ampio dibattito con esperti su questi temi concreti, attuali e molto meno avventurosi di un traforo dagli incerti vantaggi, piuttosto che sopravvivere in attesa di miracoli.

Domenico Capolongo

Roccarainola, 17 febbraio 2019     

   

Traforo del Partenio, quello che Biancardi non dice

Angelo Vaccariello bIl Caudino on 24 febbraio 2019

Traforo del Partenio 1140x641Abbiamo ascoltato con molta attenzione l’intervista che il presidente della Provincia di Avellino, Domenico Biancardi, ha rilasciato a User Tv a proposito del Traforo nel Partenio. Il sindaco di Avella dice cose molto interessanti.
Anzitutto, che il Traforo si farà solo se le due comunità, quella caudina e quella del mandamento, saranno disposte ad accettarlo e se lo vorranno. Poi, che la Provincia ha competenze solo in viabilità e la sua presidenza propone questa opera pubblica grazie alla possibilità di intercettare i fondi europei destinati esclusivamente al comparto delle infrastrutture.
Ancora: il Traforo dovrebbe servire per portare la Valle Caudina fuori dallo storico isolamento nelle comunicazioni e avvicinarla alle principali direttive dei trasporti: l’autostrada e l’alta velocità ferroviaria.
Infine: ci saranno incontri pubblici per sensibilizzare i cittadini sull’argomento. Argomenti molto interessanti dei quali è giusto discutere favorendo un dibattito che non si limiti solo alle stanze dei bottoni.
Da politico navigato, però, Biancardi evita alcuni argomenti che per quanto riguarda l’oggetto di cui parliamo (una galleria di tre o quattro chilometri all’interno di un parco regionale) sono dirimenti.
Cerchiamo di evidenziarli.
Traforo del PartenioParlare di un Traforo nel Partenio senza un progetto, seppur di massima, è come discutere del sesso degli angeli: cioè di nulla.
Quanto costerà? Quanti anni ci vorranno per realizzarlo? Quali infrastrutture di servizio bisognerà mettere a disposizione prima o dopo realizzato il tunnel?

Queste domande non sono “chiacchiere da bar” ma sono essenziali per valutare il progetto tenendo conto che stiamo parlando di fondi pubblici, cioè soldi di tutti noi.
Si dirà: per rispondere a queste domande è necessario fare uno studio di fattibilità. Bene, siamo d’accordo. Allora prima di sottoporre all’attenzione dei cittadini la realizzazione dell’opera non è giusto rispondere a queste domande? Non è meglio dire: guardate, il tunnel costerà questi soldi, partirà da qui e finirà qui e serviranno queste opere di servizio. Invece che sparare la dichiarazione e poi si vede?

Resta la domanda fondamentale: a che servirà questo benedetto Traforo? A liberare la valle Caudina dall’isolamento. E come si vuole liberarla? Collegamento Cervinara a Baiano? Usando google maps è chiaro a tutti che questo collegamento potrebbe portare risparmi negli spostamenti quantificati al massimo in dieci minuti o un quarto d’ora tempo che si potrebbe tranquillamente recuperare in altri modi (vi ricordate il benedetto progetto dell’autostrada Benevento-Caserta? Ecco: quello sarebbe un modo.
A proposito: in che modo si pensa di portare il traffico pesante all’Appia (o dalla scorrimento veloce) fino alla base del Partenio, zona ad altissima urbanizzazione? Insomma: a Cervinara, i camion come arriverebbero alla galleria?

Poi ci chiediamo: alla base della proposta del Traforo c’è uno studio sugli sviluppi che prenderà l’economia nei prossimi trent’anni? Ci colleghiamo con il Vallo di Lauro perché? Ci saranno nuovi investimenti in quella zona? Apriranno nuove fabbriche?

O davvero dobbiamo berci la storiella che grazie al tunnel nel Partenio frotte di turisti che premono dall’altra parte della montagna verranno qui a mangiare nei nostri ottimi ristoranti?

Ecco. Quando il presidente Biancardi avrà elementi più concreti da offrire al dibattito sarà meglio. Qui non si tratta di essere a favore o contro una infrastruttura a prescindere ma si tratta di capire se questa infrastruttura può essere davvero necessaria oppure è il solito liet motiv del Mezzogiorno: teniamo i soldi spendiamoli.
Poi, però, uno si ritrova la scorrimento veloce Paolisi-Pianodardine progettata nel 1988 e ancora ferma a cinque chilometri.

L'autonomia "differenziata" voluta dal Governo apre la via allo smantellamento dell'unità d'Italia

Appello di Massimo Pomponi

LimperodiCarloMagnoVenerdì 15 febbraio la ratifica dell'intesa fra il governo Conte-Salvini-Di Maio e le prime tre Regioni - Veneto e Lombardia (con referendum, Emilia-Romagna con voto del Consiglio Regionale - che hanno chiesto di accrescere notevolmente le competenze che già detengono) sancirà la sostanziale dissoluzione dello Stato unitario, dello stesso Stato regionale, con una divaricazione sempre più forte fra Regioni ricche e Regioni povere.

Un atto costituzionale che dà un colpo mortale alla Repubblica voluta nel 1946 dal popolo italiano, destinato a portare al massimo la confusione politico-amministrativa del Paese anche nei suoi rapporti con l'UE e col resto del mondo.

Desta in queste associazioni grandissima preoccupazione il fatto che fra le prime competenze rivendicate "in esclusiva" vi sono Ambiente, Beni Culturali, Urbanistica (ma non solo). Grandissima preoccupazione giustificata dalla pessima attuazione o dalla inattuazione delle deleghe già ricevute in materia dalle Regioni a statuto ordinario negli anni '70. Per esempio la sostanziale renitenza o addirittura il pratico rifiuto della stragrande maggioranza delle Regioni di attuare leggi dello Stato sul Paesaggio come la legge Galasso del 1985 sui piani paesaggistici, ribadito ostinatamente nei confronti del Codice per il Paesaggio del 2008 con appena 3 piani co-pianificati e approvati, spesso fra furibonde polemiche locali. Tutto ciò mentre nel paesaggio italiano, palinsesto fondamentale della nostra storia (come lo definì Giulio Carlo Argan discutendosi al Senato la legge Galasso approvata, si badi bene, quasi alla unanimità), si stavano attuando autentici massacri, con la cementificazione e l'asfaltatura di centinaia di migliaia di ettari.

Non è un caso che le tre Regioni le quali pretendono mano libera su ambiente, paesaggio, beni culturali (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) risultino le più massacrate dalla speculazione fondiaria ed edilizia, quelle dove il consumo di suolo e l'impermeabilizzazione dei suoli agricoli raggiunge i più esasperati livelli in Italia e fra i più alti in Europa. Quelle dove gli stessi Parchi Nazionali sono stati già smembrati (vedi lo Stelvio) o dove non si riescono a costituire (vedi il Delta del Po, fra Veneto ed Emilia). Con leggi urbanistiche fondate sulla contrattazione coi privati e non più sull'interesse generale.

Ma altre Regioni chiedono di avere più autonomia e più competenze esclusive. La Campania - regione record dell'abusivismo - le vuole per ambiente, ecosistema, paesaggio. La Regione Lazio, a quanto si apprende, le chiede - pur avendo al suo interno la Capitale del Paese - anche per i rapporti internazionali e con la UE. La Liguria le esige per le grandi reti di trasporto e di navigazione (assolutamente impensabili anche nella Germania Federale).

Questo disegno è assolutamente, drammaticamente inaccettabile. Eppure esso sta procedendo col pieno avallo della maggioranza di governo e con la sostanziale ignavia delle opposizioni. Eppure esso sta procedendo nel silenzio dei Tg e delle reti televisive. Nella sommessa protesta, quando c'è, della stampa distratta da altri argomenti.

Come atto di testimonianza culturale, eleviamo la più forte e argomentata protesta contro una operazione che smantella lo stesso Stato regionale, dissolve un governo centrale già debole che invece negli Stati regionali è forte e deciso. Un vento di follia sta investendo il Paese, quanto resta dello Stato viene sbriciolato a favore di Regioni che, in quasi mezzo secolo, hanno spesso dimostrato inerzia, incapacità, opacità a danno della comunità, della Nazione italiana.

Vittorio Emiliani 

Chi vuole aderire, lo deve fare urgentemente - entro il 12 febbraio 2019 - inviando un messaggio a Vittorio Emiliani  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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