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MUGNANO DEL CARDINALE: CON LA VENDITA DEI FAGGI DI “VALLICELLA” SORGE LA CHIESA DELLA MADONNA DELLE GRAZIE

Dalla prefazione del libro di don Giovanni Picariello "Mugnano Cardinale nel Tempo".

copertina Mugnano del Cardinale nel tempo s l225Em.An. – agosto 2020 - Chiedere notizie sulla Madonna delle Grazie, soprattutto quando è la patrona del proprio paese è cosa abbastanza grave. Eppure il compianto sacerdote Giovanni Picariello, nonché storico locale di Mugnano del Cardinale, scomparso, recentemente, ha scritto un testo dal titolo "Mugnano Cardinale nel Tempo" - Banca di Roma- 1993. 

Avvalendosi di una sua prefazione, tra i vari interessanti argomenti, al capitolo VI, titolato "Le altre chiese di Mugnano", a pagina 84, si legge"Santa Maria delle Grazie - S Filomena......Avvenuta la surrettizia vendita, con veste di rimunità della Commenda di Mugnano allo stabilimento della SS. Annunziata di Napoli, fatta dal Cardinale Commendatario Ludovico d'Aragona nel dì 30 settembre 1515, di che a lungo parlammo nel capo IV, passò Mugnano nel dominio di Montevergine a quello dello stabilimento. Cominciarono allora i governatori di esso, ad opprimere il paese non solo nel civile con nuove tasse, ma ancora nel religioso, coll'abolizione del titolo di Parroco, sostituendovi quello di Rettore Curato, assottigliandone anche il canonico assegno, nonché le spese di culto per la Parrocchia, volendo ancora detto rettore, amovibile a loro cenno, e quello che fu più duro, ordinò di non potersi celebrare festa in detta Chiesa Parrocchiale senza espresso suo permesso, che da principio rilasciava gratuitamente, indi vi fissò delle tasse pecuniarie che pretese riscuotere prima della festività nell'accordarne la venia. Vi pure chi assicura aver saputo da' suoi antenati, che pretese poi ancora una tassa per ogni battesimo di bambino, che perciò non pochi Mugnanesi portarono i loro figli a battezzare in Quadrelle, dopo la erezione di quella Parrocchia, e ciò anche per esimersi da quel vassallaggio, qua reso troppo pesante”.

D. DAndrea La devozione della Madonna delle Grazie a Mgnano del Cardinale IPC9QTF3Questi avvenimenti insostenibili costrinsero i fedeli a prendere una precisa decisione:Indispettita la popolazione per tali e tante angarie, pensò di edificare a spese della Comunità, ossia il Comune, un’altra Chiesa in cui potesse onorare come e quando i santi, che ai cittadini piaceva a dispetto dei detti Amministratori, si volle edificare poco lontano dalla Parrocchia di loro giurisdizione. Ad eseguire il progettato disegno, già approvato dall’interno parlamento, oggi municipio, si vendette il legname della contrada detta anche oggi <VALLICELLA>, gremita allora di faggi annosi e di smisurata grandezza, quale contrada fin dall’ora non ben custodita, e zappata in diversi punti, nelle varie epoche, e sempre danneggiate dagli animali e da devastatori e rimasta infruttuosa pel comune, che inutilmente, da più secoli, vi paga i pesi governativi. Col denaro ricavato da tale vendita si cominciò la costruzione della chiesa, ma in qual giorno, mese ed anno, non abbiamo potuto trovare, non solo le notizie, ma nemmeno un brevissimo cenno. Si può stabile però che ai tempi della <simoniaca” vendita del d’Aragona”, avvenuta il 30 settembre 1515, certamente non doveva esistere la chiesa di S. Maria delle Grazie, altrimenti sarebbe stata compresa nella vendita come tutte le altre cose nostre. Solo il dotto guadagni ce ne dà la descrizione, come la vide nel tempo in cui compose la rarissima sua <storia>, nel 1685 circa, come attesta questa stessa. Si rileva allora da ciò che nel 1515 non esisteva; nel 1615 poi era tutta completa; dunque la detta Chiesa dovette essere costruita circa il 1600”.

maio mugnano11Questa in breve la storia, anche se don Giovanni evidenzia anche altre cose importanti riguardanti le dimensione, la gestione di Mons. Luigi Esposito da Faibano di Marigliano, venuto nel paese di Santa Filomena come Rettore, di cui ne parla in un suo testo un altro scrittore di Storia Patria, il prof. Domenico D’Andrea, ed altri avvenimenti.   

Certamente dal racconto emerge, forse tutti l’avranno capito, ancora una volta, che la Festa del Maio è importante, tanto che lo dice anche un canto d’amore durante il lavoro in montagna, vale a dire “Due cuori e una capanna” e al montanaro bastano “l’amore e l’èvere a ‘dderòsa” … ma bisogna superare l’ostacolo della mamma: 

Muntagnà si me vuò ‘bbène

Nun ce sèrve ‘o liètto ‘e spòsa

‘ncopp’a lèvere a ‘dderosa

Quànn’è ‘bbèllo stà cu tè

Làscia a màmmeta e viène cu mè.

RISORGIMENTO, UN MARTIRE DELLA LIBERTA’: IL CARBONARO AVELLANO NICOLA LUCIANO

Nella prima parte le vicende dallo scoppio dei Moti Carbonari del 1820 alla condanna del Sergente-Maggiore di cavalleria del re ad anni venti di ferri, da scontare nell’isola di Favignana.

 

1 16 e1593536540307IL RAPPORTO (1): “Rapporto a De Concilj della deliberata diserzione da Nola - Avella il 1° luglio 1820

Signor Tenente, mi affretto parteciparvi che questa mattina il sotto-uffiziale del distaccamento qui stazionato del reggimento Borbone cavalleria, è venuto ben tre volte in mia casa, insistendomi che mi fossi con sollecitudine portato in Nola per un affare che non ammetteva dilazione.

Veggendo abbastanza dei suoi detti di che mai si trattasse, non ho esitato un momento a recarmi colà. Mi sono abboccato col tenente Silvati e col sergente-maggiore Altomare, i quali mi hanno comunicato la risoluzione presa di muoversi col reggimento nella prossima notte in unione di parecchi paesani. I medesimi perciò mi hanno premurato a disporre i miei e quanti più avessi potuto del circondario, per attendere la loro mossa e la loro venuta alle cinque e mezzo di notte, e che frattanto mi fossi portato costà per recarne a voi l’avviso. Io non ho creduto di potermi muovere un solo momento da qui in questa circostanza, e credo anzi che la mia persona sia necessaria; vi scrivo perciò, e colla presente vi metto a giorno di tutto. Io non solamente già ho disposto i miei paesani, ma insieme anche ho inviato il sergente dei militi Stefano Maietta a recarne l’avviso pel circondario, ed ho spedito un corriere in S. Maria per avvisarne i signori Maietta, i quali essendo colà relegati per opinione, correranno certamente alla difesa della causa comune. Voglio sperare che se voi secondate un tal movimento sarà tutto per riuscire felice, e che l’aurora di domani sarà quella della nostra rigenerazione politica.

Nicola Luciano”. 

Il personaggio che firma la lettera è il patriota avellano, nato ad Avella, il 28 gennaio 1786 da don Francesco e Donna Cecilia d’Anna; morto il 23 aprile 1859, celibe e domiciliato nella strada detta S. Giovanni della Collegiata.

 

ap22 001LA CRONACA (2): Ad Avella vi erano i Calderai ed Carbonari, i primi erano capeggiati da Don Giuseppe Barba, a cui era affiliata tutta la famiglia, mentre ai secondi apparteneva Don Francesco Majetta, Capitano dei militi provinciali.

Queste due famiglie, per lotte sanguinose, nelle quali non vennero risparmiati nemmeno i domestici, furono allontanate da Avella; infatti i Barba furono destinati a Caserta, i Majetta a S. Maria Capua Vetere.

I Majetta tornarono in paese allo scoppio della rivoluzione ed insieme agli altri Carbonari accusarono i Barba di trasporto di armi, di tramare contro il governo e chiesero che fossero relegati in un’isola; ma quando nel 1821 cadde il governo costituzionale e le truppe austriache tornarono nel Regno, Don Giuseppe Barba, il 6 giugno, era già sindaco e allora per i Carbonari cominciarono tempi duri, con arresti, processi e condanne. Don Francesco Majetta morì il 15 gennaio 1850, nella sua casa alla “Contrada S. Giovanni”.

 

copertinoa pubblicazione per il 150enario img011NICOLA LUCIANO: In questa lotta politica si inserì proprio il fervente liberale Don Nicola Luciano, che divenne il capo incontrastato dei Carbonari avellani e mandamentali.

Studiò nel Seminario di Nola e poi legge a Napoli, ma non si sa se si laureò; militò nel corpo dei corazzieri a cavallo e divenne Sergente-Maggiore di cavalleria del re, col grado di maresciallo, ma, perché di sentimenti rivoluzionari, si dimise.

Nel 1817, infatti, era ad Avella, dove lavorava a diffondere la Carboneria e ad incoraggiare gli affiliati e, quindi, si scontrò ben presto con la famiglia Barba.

Successivamente, fu obbligato a risiedere in Capua sotto sorveglianza, da dove ritornò il 16 giugno 1819, dopo sedici mesi, e ripigliò le file delle interrotte trame e si tenne in contatto con il Minichini e con gli altri Carbonari del Circondario; stabilì contatti con Bianchi e Preziosi di Mercogliano e strinse rapporti con De Concjli di Avellino, testimonianza attestata dalla lettera-rapporto.

Ma il contributo del Luciano non si limitò alla preparazione dei Moti, ed infatti guidò anche una colonna di 400 avellani sulla linea del Ponte di Schiava per fronteggiare le truppe del Generale Carrascosa.

Eletto Sindaco al posto di Don Arcangelo Niola, fece inalberare, sulla torre civica, il vessillo tricolore carbonaro; resse il Comune fino alla caduta del Governo Costituzionale e i suoi avversari lo accusarono di aver dilapidato il patrimonio comunale, di fare beneficenza e di aver imposto una tassa “ingiusta e capricciosa”. Però, dovettero riconoscere che non aveva commesso abusi col bastonare i cittadini, come avevano fatto altri Carbonari, e fu lodato perché, quando entrarono gli austriaci nel Regno, aveva mantenuto l’ordine pubblico.

Venne arrestato il 2 maggio “nella piazza di Avella” da un piccolo numero di gendarmi e da guardie rurali del Comune di Nola, in seguito a precise indicazioni ricevute dal su menzionato Giuseppe Barba.

Fu giudicato dalla Gran Corte Speciale di Napoli con sentenza del 20 Agosto 1825 e, ritenuto responsabile del delitto di lesa Maestà, fu condannato alla pena dell’ergastolo, ridotta poi ad anni venti di ferri, pena da scontare nell’isola di Favignana, da dove fu liberato per effetto dell’atto sovrano del 18/12/1830.

Dopo un anno fu coinvolto in un'altra congiura, ma si sottrasse alla cattura, rendendosi latitante. (...continua...)

 

1- La Storia della rivoluzione di Napoli entrante il luglio 1820 - Biagio Gamboa.

2- La guerra tra i Barba e i Majetta - La Voce della Bassa Irpinia del 1° Maggio 1985 - avv. Pasquale Perna.

3 - Archivio Storico di Nicola Montanile - Albo pubblicato nella ricorrenza del 1° Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, Editrice L’Arca, Maggio 2011

FIUME DI AVELLA: UNA PASSEGGIATA LUNGO IL CLANIO, LOCALITA' FONTANELLE

Una descrizione di Mons. Pasquale Guerriero in un suo scritto inedito, pubblicato in "Nola e Dintorni" di Aldo Musco, per “festeggiare l’ambiente” avellano.

 

Il Clanio a Capo di CiescoEm.An. – 27.06.2020 - " A quattro miglia da Avella, poco più, poco meno, sorgono oltre dieci sorgenti, tutte di una portata d'acqua rilevante ed eccellente, che da san Paolino fecero definire il paese: mater acquarum. Vi si accede per una vallata amenissima, seguendo una carreggiata ampia e discreta, che risale la valle del Clanio, ricca di panorami che si succedono meravigliosi.

Lungo la strada si ammira l'ampia piana del Fusaro col serbatoio delle acque; le sporgenze rocciose di Capociesco; l'assolata collina del Corno di Giuda sotto la quale si apre la Grotta di San Michele, vasta grotta con  meravigliosi affreschi del IV secolo. Più oltre si eleva il roccioso Ciesco della Fata e intorno gli avanzi dell'antico acquedotto che gli avellani costruirono gratuitamente nel 410 a richiesta di san Paolino vescovo di Nola.

Saluti da Avella 3 95421879 2765676593720388 5663182209641611264 nA destra della destra, poco prima del vallone delle Fontanelle, si vedono i ruderi di un'antica polveriera, e a sinistra un ripido sentiero porta in pochi minuti alla Grotta degli Sportiglioni (così detta dai numerosi pipistrelli che vi si annidano), angusta all'ingresso e larga nell'interno, con suolo roccioso e ricca di stalattiti e stalagmiti. La si può percorrere per circa 250 metri al lume di torce.

Ancora pochi centinaia di passi per una via sempre agevole, ed ecco il vallone delle Fontanelle, lunga e larga vallata ad anfiteatro. Le prime sorgenti che s'incontrano furono convogliate circa trent'anni or sono, per l'approvvigionamento idrico di Avella e di altri paesi. Poco più su, a un duecento metri circa e a sinistra, una cascata bellissima: Acqua Pendente, una caduta di acqua di oltre cinquanta metri. La via adesso continua malagevole, fiancheggiata sempre dalle acque del Clanio, ma insinuatesi fra alpestri valli e ardui monti, dai culmini ora impervii e brulli, ora popolati da boscaglie nere di faggi, di castagni e di lauri. Giunchi molli e schietti, timo e mortella e superbi cespugli di rosacee crescono rigogliosi lungo le rive, sempre verdeggianti e fiorite.

Saluti da Avella 2 95212876 2765676577053723 7007399951294529536 nIn una gola di monti scorre la fresca Sorgente di Sant'Egidio, dove si vedono ancora avanzi di un antico eremitaggio, e ancora più su a qualche chilometro, un'altra grande sorgente: Acqua del Monaco, e più su ancora la sorgente principale: Bocca dell'Acqua, poco lontana da Campo di Summonte, a circa mille metri, ai piedi del Monte di Avella (metri 1600).

Un tempo le grotte e i monti, che corrono lungo la vallata delle Fontanelle, furono rifugio e asilo di santi ed eremiti, e meta di caccie reali. La tradizione vuole che san Paolino, quando doveva scrivere i suoi Carmi Natalizi, si ritrasse nella solitudine di questi colli, e propriamente in una contrada ancor oggi chiamata san Paolino, dove si vedono i muri diruti, laterizi e granai macigni ben levigati.

croce CopiaUna leggenda narra che san Massimo, vescovo di Nola, al tempo delle persecuzioni si rifugiò nella Grotta detta dei Santi, ove anche oggi si vedono, sebbene corrosi dal tempo, vari affreschi di santi. San Felice prete, dopo ansiose ricerche; ivi lo ritrovò quasi morente d'inedia. Fino a pochi anni fa le montagne di Avella erano piene di capre selvatiche, di cinghiali e di lepri. Lo attesta Leone Ostiense, il quale, descrivendo una partita di caccia di Sergio maestro dei cavalieri, qui neapolitanae urbi praesidebat, in queste montagne, fatta nel giorno di sabato santo, ci riferisce che fu coronata da successo ammirevole.

Anche re Ladislao di Napoli di quando in quando andava a caccia sulle montagne di Avella, trattovi dalla varietà della selvaggina, dell'amenità dei luogo e dall'acqua pura e limpidissima delle Fontanelle".

Questa magistrale descrizione venne fatta dal poeta, scrittore, professore Mons. Pasquale Guerriero, in un suo scritto "Inedito" e pubblicato in "Nola e Dintorni", - Brevi Cenni di Storia Leggende Folklore di Aldo Musco, Milano- Genova-Napoli, società Anonima Editrice Dante Alighieri (Albrigni, Segatti & C.), 1934 -XIII.

Avella 1970 s l225Intanto, sabato 27 e domenica 28 giugno si è data vita alle giornate del FAI, la cui sigla tutti conoscono, anche se, per il modo come si svolge, per alcuni significa “Fasulle Ambiente/Archeologia Informazione”, in quanto si mandano, per i soliti palliativi, non per loro demeriti, giovani, non del posto a presidiare siti archeologici, ambienti e strutture storiche, trascurando i locali che, direttamente o indirettamente ne sanno di più e poi non c’è da meravigliarsi che il Cippus Abellano è stato, finalmente, riportato ad Avella, ma essendo troppo grande, lo hanno segato in quattro parti ed, adesso, i pezzi si trovano davanti ai due portoni del Palazzo Baronale, ma si persevera ducale e che una volta, nel retrostante giardino vi era un bellissimo Olmo, oppure Quercia, con un sottopassaggio che portava al…Castello, macché a Napoli, vale a dire una antica  metropolitana e si tralascia ciò che si dice del fiume, non Clanio, ma Cranio ed altre emerite corbellerie, che sciacalli, i quali non si sono mai interessati di Storia Patria, mandano ragazzi e ragazze allo sbaraglio, sfruttandoli.

 

Nelle Foto: Elaborato grafico per la Croce collocata sul monte Puntone di Avella (Fototeca Nicola Montanile) e foto-cartoline dell’archivio GAAV.

Videoconferenza Arch. Giuseppe Mollo "Incastellamento e difese dell'Ager Nolanus tra X e XVI secolo"

Castel dell’Ovo, 22 giugno 2020. Videoconferenza su Zoom dell'Arch. Giuseppe Mollo su "Incastellamento e difese dell'Ager Nolanus tra X e XVI secolo".

Castel dellOvo2jpgL'iniziativa è promossa dalla sezione Campania dell'Istituto Italiano dei Castelli, attraverso cui si vuole approfondire la storia dei castelli e delle fortificazioni di Napoli e dell'intera regione, ma anche le attività svolte dall'Istituto, che ha sede a Castel dell'Ovo.

Invitiamo a visitare il sito web www.castcampania.it - in fase di trasformazione in portale regionale dei castelli.

Per seguire la teleconferenza:

https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=V-DJsrQfHKo

Tradizioni, territori e culti religiosi: Un po’ di storia e gemme di linguistica

Chianche, in terra irpina, e Nola, i profondi legami nel segno di San Felice Presbitero. 

ChiancheAntonio Fusco - Giugno 2020 - Chianche, che da secoli ha eletto suo patrono S. Felice di Nola Presbitero, è inserita nell’Arcidiocesi di Benevento, pur essendo in provincia di Avellino. L’aggregato urbano, già esistente in epoca longobarda, è citato nel 1138, quando Ruggero II il Normanno partì dalla rocca di Chianche per dirigersi verso Avellino a scontrarsi in battaglia con le milizie del Conte Rainulfo. In seguito divenne un feudo appartenuto fino al secolo XIX a nobili famiglie che si susseguirono nel corso dei secoli. 

Nel Medioevo il paese si chiamava Planca e Planche e secondo la tesi più accreditata degli storici chianchesi deriva dalla parola plancae, pronunciata dai Romani “planche”, nome dato alle pietre adoperate nella pavimentazione delle strade, ricavate   da una cava ancora esistente nella frazione Chianchetelle. E’ da rilevare che nell’evoluzione della lingua latina nei vernacoli della Campania e in genere del Meridione, è frequente la trasformazione del binomio consonantico PL nel trigramma CHI. A riguardo gli esempi sono molti; ne segnaliamo solo alcuni: plenus, pieno = chino, plus (più) = cchiù, platea (piazza) = chiazza. La stessa terminologia si riscontra in tutta Puglia. E così, ad Alberobello le lastre di copertura dei trulli sono dette chiancarelle, chiancole o chianche; la chianca leccese è una pietra calcarea piatta e squadrata da sempre castello di Chiancheutilizzata nella pavimentazione stradale e nelle coperture praticabili degli edifici; una contrada del Comune di Roccaforzata, in provincia di Taranto, si chiama Chianche per le lastre leccesi che erano estratte nella zona. 

La cittadina conserva un quartiere di origine medievale, il Castello, risalente al secolo XI e fortificato in seguito dai Normanni, la chiesa di San Felice Presbitero di Nola, la fontana dedicata al Duca di San Donato. Nelle immediate vicinanze è da segnalare il suggestivo Stretto di Barba, che si snoda lungo il corso del fiume Sabato. 

A Chianche, chiamata “città del vino”, dal 1985 opera la Pro Loco impegnata a valorizzarne storia, arte, tradizioni, attività economiche e ricettività. Tra le molteplici iniziative promozionali sono da segnalare la Degustazione del Greco di Tufo a giugno e quella dei Cicatielli e del Greco di Tufo in estate.

I cicatielli sono una specie di gnocco di forma allungata e più incavata; in Molise sono chiamati cavatelli La Pro Loco ha partecipato dal 2000 al 2006 al Palio di Cimitile rievocando la figura storica di Ruggero II il Normanno.  

La Chiesa parrocchiale di San Felice di Nola Presbitero 

Chianche Chiesa di S. FeliceLa Chiesa di San Felice di Nola, affiancata a destra dal campanile, si innalza nella piazza dedicata al Cardinale Ascanio Filomarino, (Chianche 1584 - Napoli 1666).    Alcuni blocchi marmorei di riutilizzo più antichi e visibili all’esterno nei muri perimetrali, hanno fatto pensare che abbia sostituito una cappella risalente all’epoca medievale, probabilmente resa inagibile per un terremoto. La sua costruzione con pianta a croce latina in stile barocco iniziò nella seconda metà del 1600 e fu consacrata il 13 ottobre 1694 dal Vescovo Vincenzo Maria Orsini, eletto poi papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII. Il prospetto si compone di una scalea che porta in un vestibolo arcuato che si apre al centro di un avancorpo coronato da una modanatura sagomata e sorretta da quattro lesene ioniche, due per lato. In posizione arretrata si innalza la parte superiore della facciata con tetto a capanna, e altre quattro lesene che fanno ala all’oculo centrale. Alle pareti laterali esterne sono addossati dei barbacani allo scopo di salvaguardarne le strutture architettoniche dai fenomeni sismici.  Nella controfacciata è murata una lapide memoriale a ricordo del Vescovo Vincenzo Maria Orsini e sopra la porta di ingresso è collocata la cantoria con l’organo del ‘700.Nelle due pareti della navata sono inserite tre arcate a tutto sesto separate da lesene ioniche e sottolineate da contorni e motivi decorativi di stucco; nelle due centrali figurano altari in marmi policromi consacrati nel 1706 dal menzionato Vescovo Orsini.   Sempre nella navata, davanti al primo arco a destra appena si entra, si trova il fonte battesimale di marmo bianco protetto da una Chianche San Felice 11ringhiera di ferro battuto. La crociera è coperta da una bassa cupola affrescata, sorretta da quattro pennacchi anch’essi con affreschi. L’area absidale, comprendente anche il presbiterio, ha una pianta rettangolare, detta a scarsella, coperta da una volta a botte ribassata, che si ripete nell’aula e nel transetto.  La lineare parete di fondo accoglie l’altare settecentesco in marmi policromi, sormontato dal quadro secentesco della Madonna col BambinoCausa Nostrae Laetitiae”, inserito in un’elaborata edicola. Degna di interesse è la dotazione artistica comprendente: gli affreschi dei pennacchi (i quattro Evangelisti) e della cupola (Agnello, colombe, calici, ostensori), nonché quello sopra il fonte battesimale (S. Giacomo che riceve il battesimo da Gesù), i quadri del ‘600 e ‘700 (S. Antonio, S. Domenico, S. Caterina, Immacolata Concezione), le statue della Madonna del Rosario e di San Felice Presbitero. La chiesa custodisce una reliquia ossea del Santo di Nola inserita in un prezioso reliquiario dorato.

 

La Festa del Santo Patrono

Chianche processione 1111Come da calendario, la comunità di Chianche festeggia San Felice di Nola Presbitero il 14 gennaio. Di solito dall’11 al 13 si tiene un triduo di preparazione e il giorno 14 alle ore 11 si celebra una messa solenne con il rito della benedizione delle panelle, seguito dal bacio della reliquia. Di pomeriggio si svolge la processione con la statua del Santo fiancheggiata da militari e accompagnata dalla banda musicale. Al corteo, processionale, che fa registrare un grande concorso di fedeli, partecipano il parroco, il Vescovo di Benevento o un suo Vicario, autorità civili. Per l’occasione sul prospetto della chiesa sono istallate delle luminarie e di sera, alla fine della processione, la festa si conclude con i fuochi pirotecnici. Ringrazio per la disponibile cortesia la Pro Loco di Chianche nella persona del dott. Luigi Cecere.  

1. Un’ipotesi, non sempre condivisa, suggerisce che il toponimo potrebbe essere collegato al romano Munazio Planco che nella zona beneventana realizzò la lottizzazione di proprietà agricole in favore dei veterani (centuriazione) 

2. Gli esperti della lingua latina classica, cosiddetta “restituta”, vale a dire non scolastica ed ecclesiastica, concordano che i Romani davano alla lettera C un suono velare (K) davanti ad A e O e alle consonanti: ad esempio, il nome Caesar (Cesare) era pronunciato Kaesar, da cui Kàiser (in tedesco) e kzar (in russo).