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Calcio giovanile: Era rock il Baiano del ‘70\71

Dall’archivio di Gianni Amodeo. Articolo del 09.12.2018.

Baiano calcio 70 71Mi ritrovo sul monitor del Pc una fotocolor di gruppo, cortesemente inviatami per email da Geppino Caviglia, amico di lunga data e solerte agente di un rinomato Istituto di Vigilanza privata. Una strenna natalizia a sorpresa, per quanto piacevole e della quale rendo vive grazie al mittente, con la stessa intensità d’affetto provata e comunicatami da tutti i componenti del “gruppo” ai quali è stata “girata”, che si sono ritrovati idealmente - inclusa la curiosità di mogli, figli e nipoti - rivedendosi così com’erano … appena mezzo secolo fa. Un dono, che fa sollevare un lembo della coltre di ricordi comuni e strettamente personali, ravvivando la bella ed emozionante storia, vissuta dal Baiano, che dominò alla grande il torneo 1970\71 promosso ed organizzato dal Comitato zonale del Settore giovanile della Federcalcio di Nola.

 Era il campionato di “Lega giovanile”, che faceva da ricambio generazionale per le “prime squadre”, impegnate nei campionati dilettantistici di carattere regionale, come la Palmese, il Nola, il Cicciano, la San Gennarese, il Baiano appunto e tante altre. Era il campionato di “Lega giovanile”, secondo la dizione corrente, ch’era anche un’ingegnosa palestra di creatività e aggregazione sociale per tanti ragazzi, che apprendevano -e praticavano- i fondamentali del calcio, in modo del tutto spontaneo, da auto-didatti, giocando interminabili partite nelle pubbliche piazze, e, nella fattispecie, negli spazi aperti di pertinenza agli ambienti e locali dell’ampia e vasta Casa canonica, in cui si svolgevano le tante attività sociali e culturali dell’ Azione cattolica  “ ’ncopo stradonee Santo Stefano” e dintorni  e al “Bellofatto” che faceva da  prova d’esame obbligata, il cui superamento faceva acquisire il ….patentino di calciatore a tutti gli effetti di rango adeguato, ma  ben distinto   dal “ giocatore di marciapiede” che si “smarriva” nei campi regolamentari, trovandosi  a proprio agio solo negli spazi ristretti, un po’ come quelli dell’attuale “calcetto a cinque”. E il “giocatore di marciapiede” era … di rango inferiore – la classica … schiappa- poco “gradito” per le partite impegnative.

Quello della foto di gruppo anni ‘70 – scattata quando  furoreggiava il rock progressive e facevano tendenza i capelloni, mentre albeggiavano le magnifiche esperienze artistiche dei musicanti- intesi nella pienezza etimologica di significato che implica la conoscenza della musica, che viene tradotta in limpido linguaggio artistico, quale che sia il genere di riferimento-  artefici e protagonisti della Nuova compagnia  di canto popolare, con Carlo d’Angiò ed Eugenio Bennato in prima linea – era il Baiano, formato da  giocatori nati nella seconda parte degli anni ’50, quando già si cominciavano ad avvertire  e a vivere i segnali del boom economico nell’ Italia  produttiva e fiduciosa di sé che approdava al benessere  e ai consumi di massa.

 I rockettari del Cerbiatto buoni lavoratori, genitori e … nonni.  La magagna della Barrese

 Era un Baiano rock e super-veloce, che ricordava quello junior dell’annata ’5455, di cui facevano parte, giocatori che hanno lasciato il segno nella storia del Cerbiatto, come Gigino Bellofatto, mediano dallo spiccato senso di posizione e ottimo colpitore di testa,   Peppino De Rosa guizzante ala destra e Saverio Sorice, che spesso andava in gol, segnando direttamente su calcio d’angolo; era un Baiano junior davvero forte, campione regionale della Campania, che, però, dovette rinunciare alle finali interregionali di categoria per il titolo nazionale, in programma a Messina, per le difficoltà economiche in cui venne a trovarsi il Comitato regionale della Figc del tempo. Ma, tornando al Baiano del ‘71\72, c’è da dire che era autenticamente rock, sprigionando allegria e velocità, assolutamente irresistibile, tanto da sbaragliare senza ostacoli particolari le formazioni avversarie del torneo zonaleacquisendo ilpassaportoper il titolo di campione regionale. Antagonista per la tornata finale, fu la Barrese, che per assetto societario ed organizzativo … oltre che per l’abile esercizio di magagne, di cui si dirà in seguito, appariva il classico gigante Golia, a petto del quale i ragazzi … del Cerbiatto si presentavano come la trasfigurazione di Davide, presunta vittima sacrificale, ma rivelatisi, alla prova di campo, intrepidi e senza alcun complesso d’inferiorità.

Teatro della “finalissima”, il “Valleverde” di Atripalda. E si giocò alla pari- era una domenica di giugno- da un versante all’altro, bilanciandosi la tecnica di gioco, le disposizioni tattiche e le cariche agonistiche. L’equilibrio si ruppe, però, nel secondo tempo, a favore dei barresi, che andarono a segno con un colpo di fortuna, mentre il tridente d’attacco del Cerbiatto – con Antonio Lippiello, “ ‘O campanaro” dalla corsa travolgente sulla corsia di destra, Nicola Litto, classe ’56, il baby del gruppo e Filippo Lippiello, “Filippone” che calciava di collo piede con forza e precisione dalla corsia di sinistra- fallì tre occasioni-gol. In realtà, la Barrese,- lo ricorda ancora Nicola Litto, che sarà per oltre dieci anni sarà titolare della prima squadra del Baiano– nel secondo tempo schierò due giocatori- forse fuori quota anagrafica, che di sicuro, però, non avevano disputato il primo tempo; e non erano ammessi per regolamento i cambi di “panchina lunga”, come oggi. I “nuovi” più che esperti e freschi di energie, fecero la differenza per la Barrese, ingannando arbitro e segnalinee federali, grazie alle foto sfocate dei “cartellini” identificativi proprio per farne il … doppio uso con tanti saluti alla lealtà sportiva. Ma i rockettari del Cerbiatto avevano dato il meglio di sé. E moralmente erano i veri campioni.

Ed occhio alla foto-color di gruppo, dalla sinistra, chi ha scritto queste righe, Ciciniello Russo, Franco Russo, Antonio Lippiello, Geppino Caviglia, il collodiano  Geppetto centrocampista di ampia falcata, Salvatore Barbati, Filippo Lippiello, “don” Ciro Cavaccini, “tifoso” e dirigente di grande caratura, funzionario della Sedac e dell’Enel,  capitan Salvatore Montuori, con fugace esperienza di docente di Matematica e di amministratore comunale, per diventare dirigente d’Istituto bancario, Alfonso Ibello, coriaceo mediano di spinta, il professore Antonio Crisci, Gerardo Albertini, Mast’e Gerardo, provetto idraulico, altro tifos-super e eccellente dirigente societario, Bruno Napolitano, super-corretto portiere di riserva, Stefano Miele, centrocampista di corsa inesauribile e generosa, di professione docente di Educazione fisica, Giovanni Napolitano, terzino  spazza tutto, Nicola Litto, filtrante e longilineo centravanti che batteva bene a rete,  Ciro Sgambati, rapido terzino di fascia sinistra secondo il modello del milanista Sabadini, Luciano Lippiello, sette polmoni e infaticabile mezz’ala di cucitura tra difensori e attaccanti, ben stimato e cordiale dipendente dell’amministrazione comunale. E chiude lo schieramento Mario Stefano Montella. Nella foto di gruppo, manca Generoso Lippiello, che con i fratelli Antonio, capace di chiudere a doppia mandata la porta difesa prima per i Bombardieri e la nero-stellata Primavera e poi per il Baiano, e Biagio   forma il trio dei super-tifosi del Cerbiatto for ever.

E per i dettagli di cronaca si ricorderà che Miele, Litto e Sgambati saranno  i “punti di forza” del Baiano prima-squadra nella seconda metà degli anni ’70, guidato da Ivo Vetrano, allenatore-giocatore, “rientrato” a quaranta anni nelle file del Cerbiatto, con cui aveva iniziato a quidici ani la carriera sotto l’esperta guida di Ruggero Zanolla, per approdare nei campionati di serie C, B ed A con il Saronno, il Modenae il Varese del presidentissimo Borghi, il patron dell’Ignis, la grande azienda che negli anni ’60 e ‘70 patrocinava anche il ciclismo italiano di alta classe.

La maglia indossata da capitan Montuori e soci è di color rosso che sfuma nel rosaceo. Ma il colore tradizionale del Baiano è il granata simbolo dell’intraprendenza e della tenacia e, in alternativa, l’azzurro placido del Napoli, in virtù del gemellaggio che funzionò alla grande tra il Cerbiatto e il Ciuccio, specie negli anni del secondo dopoguerra.

IL QUADRATO MAGICO

Meditazione di Gerardo Troncone sulle suggestioni trasmesse da un luogo magico in cui si fondono arte, storia e mito.

 

quadrLuglio 2019 - Reduce da una breve ma intensa visita al parco delle Bellezze ad Erospolis, guida il grande Giuseppe D'Amore, torno sulla terra a meditare sulle suggestioni trasmesse dal quel luogo magico in cui si fondono arte, storia e mito.
Fra le tante, un bel mosaico realizzato dalle sapienti mani di Mastro Geppo, e una rapida riflessione con l'autore, hanno riportato a galla il ricordo di una vecchia modestissima "ricerca", che vi ripropongo.
Nel 1936 fu rinvenuto, negli scavi di Pompei, fra i tanti, uno strano graffito, tracciato su una delle colonne della Grande Palestra dei gladiatori. Pochi centimetri quadrati, a circa un metro e mezzo da terra. Era il cosiddetto Quadrato Magico.
Pompei Palestra grande 575898Pochi anni prima era stato già scoperto, in gran parte abraso, lo stesso graffito nel colonnato della casa del pompeiano Publio Paquio Proculo. Si tratta di un quadrato palindromo, il Quadrato magico per eccellenza, diffusosi non solo nelle terre dell'antico Impero romano
Sorvolo per ora sulle centinaia di ritrovamenti i età successive, e sulle centinaia di interpretazioni che hanno accompagnato questa singolare figurazione nei secoli. 
Ritengo che l'ipotesi più plausibile sia che il Quadrato magico celi qualcosa dal punto di vista strettamente crittografico, ovvero costituisca una sorta di complesso anagramma..
Pompei image 1098575485Ragionando così, si arriva a una soluzione sconvolgente. Le lettere del quadrato sono 25, e sono quattro A, quattro E, quattro O, quattro R, quattro T, due P, due S, una N. Questa non può essere una semplice coincidenza.
L'unico modo possibile di disporle, tenendo conto che c'è una sol N, è in croce. E incrociate, danno un'unica possibile soluzione, quella che vedete in figura a destra. La croce racchiude l'inizio della preghiera per eccellenza di tutti i cristiani, le A e le O ai vertici non sono altro che il simbolo mistico dell'alfa-omega citato nell'Apocalisse. Si resta muti, in silenzio e in preghiera.

Grazie Giuseppe, per queste belle suggestioni inferitemi. A conferma che quando si arriva nel tuo piccolo grande regno, si entra per ammirare l'architettura, e si finisce per incontrare la propria anima.

Arienzo nel ‘400: Matrimonio di Giovannella Stendardo

Un salto nel passato per raccontare una bellissima storia d'amore e per immergersi nel medioevo.

Il matrimonio di GiovannellaAnita Capasso - 08 giu 2019 - Cosa avveniva ad Arienzo nel 400? Il matrimonio di Giovannella Stendardo, in diretta sul Tg regionale di oggi, diretto da Antonello Perillo, ha raccontato una bellissima storia d'amore del Quattrocento meridionale.

Dal 6 al 9 giugno visitare Arienzo è come fare un salto nel passato: danze medievali, cibi e ricette medievali, giochi e sfilate in abiti d'epoca. L' occasione è offerta dalla riproposizione del matrimonio di Giovannella Stendardo. L'anteprima è avvenuta giovedì 6 Giugno con l’annuncio della festa, la presentazione delle contrade e l’inaugurazione delle osterie.

Venerdì i bambini hanno partecipato alla Giostra degli Infanti, giochi medievali realizzati per le vie della Terra Murata, in collaborazione con l’Istituto comprensivo GalileiSabato 8 Giugno, a partire dalle 10.00, escursione sul castello di Arienzo; alle 16.00 le dieci contrade partecipano alla corsa dell’oste. La contrada vincitrice vedrà affisso il proprio vessillo davanti al Comune per tutto l’anno e i piatti migliori comporranno il banchetto nuziale. Si arriva così al gran giorno della festa. Domenica 9 Giugno: alle ore 19.00 verrà rievocato il matrimonio attraverso figuranti in abiti d’epoca che sfileranno per il centro di Arienzo fino a piazza Lettieri.

Ci sarà anche il Mariglianese, Giovanni Villano, storico e meridionalista, in scena. Lungo il percorso, si svolgeranno performance ed eventi con modalità e funzioni del medioevo. I visitatori potranno cimentarsi in danze medievali, assaggiare cibi e ricette medievali, concedersi una visita al centro storico.

Tutte le sere, il pubblico sarà guidato lungo un percorso artistico alla scoperta di Giovannella e la passeggiata si concluderà con concerti di musica medievale, racconti e suggestioni nell’antico chiostro di S. Agostino.

Tracce di storia nell’Urbanistica nolana: Piazza Alfonso Calabrese (For’ ‘O Salvatore)

E’ dedicata al medico chirurgo Alfonso Calabrese (Nola 1870 – Napoli 1912), ma i Nolani la chiamano da sempre For’ ‘o Salvatore. Il toponimo popolare deriva da una chiesa dedicata al Salvatore e documentata nel sec. XV. Ambrogio Leone (1459 – 1525), che la cita più volte nel De Nola, asserendo che il sacro edificio era piuttosto antico rispetto ai suoi tempi (antiquiusculum), facendone supporre l’esistenza fin dal XII secolo ed un’origine monastica. Dalla piantina topografica bulinata da G. Moceto per il De Nola, si arguisce che la chiesetta si innalzava all’interno dell’insula urbana che delimita a Sud – Est la piazzetta, a destra del vicolo cieco, detto ‘ncopp’ ‘a funtana per la presenza di una fontanina pubblica. Nel corso dei secoli il sovrapporsi delle costruzioni abitative ha cancellato ogni traccia della chiesetta.

p. calabrese 1Antonio Fusco – giugno 2019 - Lo slargo si fregia del titolo di piazza, sebbene in realtà consista in un’esigua area triangolare che si apre alla confluenza di quattro arterie cittadine: le vie Alberto da Nola, Annibale, Giovanni Merliano e Luigi Tansillo; quest’ultima continua nel lato opposto col menzionato vicoletto cieco, che con evidente pendio conduce verso spazi aperti, occupati da orti e giardini che si trovano ad un livello più alto di vari metri rispetto al calpestio stradale, in quanto insistono su strutture murarie archeologiche della città romana.

Resti di antichi muri sono venuti alla luce all’inizio del selciato nel vicoletto “‘ncopp’ ‘a funtanae sotto lo spigolo sinistro del palazzo Meneghini Brancia. Altre strutture murarie e reperti archeologi sono a vista nei vicini palazzi Della Gala (Frammenti di colonne, epigrafi) e De Matteis (terme?).

p. calabrese 2Nonostante la sua limitata estensione, la piazzetta del Salvatore riveste un ruolo notevole come snodo stradale, sia per il traffico veicolare sia per quello il transito dei pedoni. La sua rilevanza urbanistica, però, deriva principalmente dal fatto che essa è una tappa obbligata del tragitto storico di processioni e cortei. Nella sfilata pomeridiana della Festa dei Gigli, ne diventa un punto focale, in quanto le pesanti guglie vi indugiano, per dare modo alle paranze che le trasportano a spalla di dare prova di resistenza, suscitando l’ammirazione ed il plauso degli spettatori, che vi si accalcano. Sempre in occasione della Sagra è la sede di una Giuria rionale che, il sabato precedente la vera e propria festa della domenica, dall’alto di una tribunetta, assegna ambiti premi ai Comitati che vi transitano e vi sostano in assordanti esibizioni. Da qualche anno vi si tiene anche la Festa dei Gigli dei bambini, che ne trasportano uno di dimensioni ridotte, adeguato alle loro forze.

p. calabrese 3Per la ricorrenza del Corpus Domini i residenti, con le piccole offerte in denaro sollecitate ai passanti, facevano allestire da valenti paratori un tosello, vale a dire un altare occasionale, decorato con drappi fregiati d’oro, davanti al quale si soffermava la teoria processionale per una breve liturgia comunitaria. Da qualche anno il tosello non si allestisce perché l’itinerario della processione non è sempre lo stesso.

Il lato nord-orientale dello slargo è occupato dal breve fronte del dignitoso palazzo ottocentesco appartenuto ai Menechini Brancia. La lineare e stretta facciata presenta un ordine inferiore in cui si apre il portale d’ingresso, con un architrave che si raccorda in curva agli stipiti. Le uniche applicazioni plastiche, che ne movimentano leggermente le piatte superfici di piperno, sono rappresentate dallo stemma gentilizio, al centro dell’architrave, e da due piccole cornici, inserite appena p. calabrese 4sotto l’imposta, in cui sono plasmati due mascheroni apotropaici. Il primo piano, delimitato da spigoli segnati da bugne a pettine, accoglie il balcone di rappresentanza, che poggia direttamente sull’architrave del portale, dividendo in due la modanatura marcapiano; più in alto, in asse con balcone e portale, s’inserisce un altro vuoto rettangolare di minore ampiezza.

Sulla quinta occidentale si allineano alcuni palazzetti, di tipologia otto – novecentesca. In quello centrale, di stile eclettico anni ’20, nacque il chirurgo titolare della piazza; a ricordo dell’opera e dei meriti, sulla facciata fu affissa nel 1927 una targa marmorea con il seguente testo:

I DISCEPOLI GLI AMICI LA PATRIA
CONSACRANO ALLA GLORIA
IL RICORDO
DI
ALFONSO CALABRESE
ONORE E VANTO DELLA SCIENZA MEDICA
ANNO VI NOLA 1927

Separati dal citato violetto cieco, i due caseggiati orientali presentano prospetti più lineari in quanto rifatti con lunghe balconate; vi si nota ancora la cornice di stucco dell’edicola votiva ottocentesca con l’icona dell’Immacolata, quasi del tutto abrasa, certamente salvata dalla sua sacralità.

Tra i personaggi storici della piazzetta, una menzione merita il cav. Achille Dubbioso che fino al 1982 ha gestito il bar 8 e 9 ’o Salvatore, notissimo per la produzione e la varietà di gelati artigianali: coni, deliziose, maraschini, baci, imperiali, meravigliose, limoni, cannoli, spumoni, biscotti albanesi.

Schiava di Tufino: Scomparsa del cav. Eugenio Alibrandi

cordoglioGianni Amodeo – 03.05.2019 - Con la scomparsa del cavaliere Eugenio Alibrandi, “Don” Eugenio, se ne va un’altra operosa presenza e testimonianza di quella piccola e media imprenditoria che ha costituito per larga parte del ‘900 il polo conserviero dell’agro-alimentare nell’area del Baianese e dell’Alto Clanio e nell’area nolana sull’asse Tufino–Cicciano, soprattutto sul versante della lavorazione e solforazione delle ciliegie con importante export verso gli Stati Uniti d’America e i Paesi anglosassoni. Una rilevante realtà economica e produttiva ben integrata sul territorio ed articolata in circa venti, tra stabilimenti ed opifici a conduzione famigliare; stabilimenti ed opifici, di cui il lavoro delle donne era la forza propulsiva, toccando stabilmente la soglia di oltre due mila lavoratrici impegnate nei periodi stagionali di maggiore domanda dei mercati; forza propulsiva coordinata con la capacità sia di organizzazione che di “lettura” degli imprenditori sull’andamento del mercato estero. Un processo, in cui esercitava un ruolo notevole l’indotto degli addetti al trasporto su gomma per fare scalo nel porto di Napoli, per non dire dei Maestri - bottai.

baianeseDon” Eugenio, nasce a Messina, il 12 gennaio del 1930, da Giovanni e Sara Patanè. Nel ’50 da Riposto, in provincia di Catania, dove risiedeva, la famiglia si trasferisce ad Avella, nella frazione Purgatorio, dando impulso all’attività imprenditoriale per la lavorazione e il trattamento di solforazione delle ciliegie che si esportano nei caratteristici fusti di legno, che garantiscono l’ottima conservazione del prodotto. “Don” Eugenio e il fratello Antonio, scomparso qualche anno fa, assunsero ben presto le redini dell’azienda famigliare, a cui sul finire degli anni ’60 conferirono una nuova e meglio strutturata dimensione produttiva, realizzando lo stabilimento di via Carmignano, attuale via Carlo III, nelle vicinanze del Ponte di ferro della Circumvesuviana, la porta d’accesso dalla Nazionale delle Puglie ad Avella. Un investimento importante per realizzare una moderna ed efficiente struttura su progettazione del geometra Romeo Lieto che diresse l’esecuzione dei lavori. Nasceva lo stabilimento industriale dei fratelli Eugenio e Antonio Alibrandi che ha assicurato continuità di lavoro e produzione per il fiorente ciclo che, però, si è venuto esaurendo negli anni ’90, quando è arrivata la crisi di mercato irreversibile che ha colpito il settore, fino alla dolorosa dismissione dell’attività. Un colpo duro, che non privò “Don”Eugenio, né il fratello Antonio della stile di vita che era loro connaturato, riservando sostegno e prodigalità verso le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda. “Don” Eugenio nutriva una forte sensibilità religiosa e di umana cristianità, segnata dalla frequentazione domenicale del Santuario della Madonna del Carpinello, a Visciano.

squadraAffabilità e gentilezza d’animo erano davvero i tratti distintivi di “Don” Eugenio, che era solito dividere il tempo libero, soprattutto nelle mattinate domenicali degli anni ’60 e ‘70, con gli amici, a Baiano, frequentando la sede dell’ufficio assicurativo gestito da “Don” Agostino Grassi in corso Garibaldi, prospiciente l’attuale sede del Baiano calcio, e, sempre in corso Garibaldi, il Salone di “Don” Pellegrino Litto, barbiere raffinato e almanacco parlante e prodigiosa memoria dell’intero panorama calcio dilettantistico della Campania. E quello di “Don” Pellegrino Litto è stato il Salone-Agorà strapaesano in cui tenevano banco, con qualche spruzzata di politica locale, il calcio di serie A, il Napoli, il Baiano, neanche a dirlo, fino al ciclo chiuso con Osvaldo Bruno, il romano di forte tempra e tecnica di gioco briosa che era vissuto fino all’adolescenza ad Alessandria d’Egitto, ineguagliato e ineguagliabile bomber dei “granata”, dotato di dribbling stretto e ubriacante, con tiro di collo piede al fulmicotone. Di certo, meritevole di “militare” in squadre professionistiche.

“Don” Eugenio aveva sposato nel ’58, Emilia, figlia di Tommasina, sorella di Silvino Foglia, capitano e roccioso centro-mediano metodista del Baiano del dopo-guerra.

untitledAlla moglie Emilia, alle figlie Rosaria, dottoressa commercialista con Studio professionale a Milano, Tommasina, architetto e docente negli Istituti statali, ai congiunti tutti giungano i sentimenti di cordoglio della redazione.