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IL MAIO DI BAIANO: UNA COSTUMANZA ARCAICA DI FEBBRE RIGENERATRICE

Appunti di Nicola Montanile ai margini di una festa. Foto di Carmine Montella.

Entro i relitti dellambiguo l6004 Gennaio 2020 - Le festa popolari derivano da credenze e usanze antichissime. Il loro significato va infatti ricercato in lontanissime cerimonie, nelle quali erano riflesse concezioni magiche e religiose connesse al lavoro agricolo ed al continuo rinnovarsi della natura. Tale significato, con il tempo, sia per l’influsso della cultura in evoluzione, sia per l’azione regolatrice e moralizzatrice esercitata dal Cristianesimo, ha subito un totale cambiamento. Ciò nonostante le tradizionali celebrazioni legate al perpetuo mutare delle stagioni, sono sopravvissute senza perdere del tutto caratteristiche che ne avevano causato il sorgere e il tramandarsi. In queste numerose e caratteristiche feste a sfondo agricolo e religioso, l’albero ha avuto ed ha tuttora un ruolo importantissimo, avendo dato origine a sagre in tutta l’Europa. Dalle caratteristiche generali delle “ierofanie vegetali” abbiamo già parlato in un precedente articolo”. Così introducono il loro lavoro gli studenti della I C del Liceo Scientifico “E Medi” di Cicciano, Giuseppe Bonaiuto e Pierluigi Romano, nel testo, coordinato dal prof. Franco Salerno, anno scolastico 1982-1983, “Entro i Relitti dell’Ambiguo”, edito per la Tipografia FerraraQuindi la festa del Maio, da poco conclusasi, felicemente e con successo, assume, senz’altro, una importanza notevolissima e presenta vari livelli.

maio 1“PRIMO LIVELLO: Caratteristiche generali delle feste del “maggio”, che sono diffuse in tutta Europa, Due le interpretazioniLa prima è quella di Paolo Toschi, presentata nel suo libro “Le origini del teatro italiano”. Egli, riguardo ai cosiddetti “maggi”, scrive: Crediamo di non andare molto lontano dal vero opinando che fin dalla remota antichità, le varie popolazioni che abitarono l’Italia festeggiassero il ritorno della primavera e l’inizio di un ciclo annuale o stagionale in una data che ha per centro il primo maggio: i riti che si compivano dovevano svolgersi secondo un principio generale comune, ma con la varietà di espressioni che la diversa formazione etnica e religiosa comportava. Per quanto riguarda il Lazio, ci troviamo di fronte ai problemi delle conoscenze circa la dea Maja, il “mensis majus”, la festa della “Majuma” e i “Floralia”. Una delle più antiche divinità laziali era Maja o Majesta. Essa significava il rigerminare della vegetazione della terra in maggio. Si trattava di feste estremamente licenziose. Già nell’ultimo secolo della repubblica vi prendevano parte delle danzatrici-meretrici.

La seconda è quella che Mircea Eliade propone mettendo a fuoco tre elementi caratterizzanti di queste “feste di magggio”: La prosperità rigeneratrice, il carattere collettivo e l’aspetto orgiastico. In Europa esiste ancora l’uso di portare un albero della foresta e collocarlo in mezzo al villaggio in primavera, all’inizio dell’estate o per San Giovanni, oppure tutti vanno nel bosco a tagliare rami verdi e li appendono nelle case, per assicurare la prosperità del capofamiglia. Questo si chiama ‘albero di Maggio’ o ‘May-pole’. In tutti i luoghi dove si ritrova questo cerimoniale, il Maggio dà occasione a divertimenti collettivi che finiscono con un ballo intorno all’albero. E’ una festa della primavera che, come tutte le manifestazioni del genere, ha qualche cosa dell’Orgia.

SECONDO LIVELLO: Articolazione della “festa d’ò majo” a Baiano

maio 2Diretta e chiara testimonianza di quanto hanno scritto da Eliade e Toschi, è la festa da noi scelta come campo di analisi. Cominciamo con il dare qualche notazione descrittiva sul luogo del rito. La città di Baiano si estende ai limiti della provincia di Avellino, in una fertile valle, attorniata dai Monti Avella, Summonte, Cornaioli e di Arciano. La popolazione di Baiano gravita, per quanto riguarda le attività economiche, su Napoli e su Pomigliano d’Arco, sede dello stabilimento Alfa Sud. La caratteristica del folklore è rappresentata dalla festa religiosa popolare del “Majo Natale”, dedicato al santo protettore Stefano Protomartire, a cui è stata innalzata, tra l’altro, l’omonima chiesa. Utilizziamo, come materiale – sulle fasi e le modalità con cui si svolge attualmente la festa – il testo di Vittorio Vecchione “La festa d’ò majo a Baiano” (1979) - sulla scorta delle indicazioni di questo testo, dividiamo lo svolgimento della festa in quattro fasi1) La prima fase della festa consiste nello sradicamento dell’albero, nel suo trasporto e nella sistemazione di esso al centro della piazza. Più precisamente la cerimonia si svolge in questo modo. La sera del 25 dicembre, dopo la rituale Messa natalizia, una squadra di forti e valenti “mannesi” (segatori di legname) si reca con cani e con un consistente numero di giovani, armati di carabine, al bosco di Arciano. Quivi essi segano il più alto dei castagni della selva comunale e lo caricano su un camion che giunge in paese al tramonto. A questa gioiosa festa partecipa tutta la popolazione baianese, accorrendo in massa con entusiasmo e facendo spesso a gara per partecipare alla spedizione presso il bosco di Arciano. Per i giovani è, evidentemente, motivo di orgoglio e atto di coraggio e di audacia il far parte della squadra dei “mannesi”. 2) La seconda fase è costituita dalla “processione” del castagno attraverso le vie del paese, quando, cioè, la popolazione scarica la sua intensa sete di rumore e di allegria, lanciando in aria petardi e colpi di carabina. 3) La terza fase è costituita dal rito, durante il quale l’albero viene issato con funi e posto in una grande buca nel centro della piazza, proprio di fronte alla chiesa del santo4) La quarta fase consiste nella conclusione della festa, durante la quale viene appiccato un fuoco, su di una gigantesca pira, fatto di rami, carte e oggetti vari.

maio 3TERZO LIVELLO: Analisi dei temi ed elementi della struttura della “festa d’ò majo”. Gli elementi strutturali della manifestazione sono i seguenti: a) La socializzazione. Si deduce che tutta la popolazione di Baiano accorre per vedere il “majo” consacrato al prodigioso santo Stefano, suo patrono. Il “socializzare”, cioè il porre il rito sotto l’ottica del “collettivo”, è, senza dubbio, un fatto alquanto positivo, poiché, in questo caso, lo stare insieme ha il giusto scopo di far vivere un profondo momento di fede e, contemporaneamente, attimi di vero “accomunamento” con l’altro. Già uno dei primi studiosi del “majo” di Baiano, Antonio D’Amato, rilevava questa caratteristica della ”socializzazione”, quando scriveva chericchi, poveri, signori e plebei, tutti vengono a portare la loro offerta di legna”. b) L’agonismo. In dialettica con il tema della “socializzazione” figura l’agonismo, che è stato ben analizzato da Paolo Toschi, il quale afferma “Anche il semplice fatto di scegliere e trasportare il ‘majo’ dal bosco in città rinserra spesso un motivo agonistico, in quanto esso costituisce un atto di coraggio e di audacia compiuto per imporsi all’ammirazione delle ragazze, e offre l’occasione, ai maggiaioli, di superare, nella scelta e nella bellezza dell’albero, la schiera dei giovani che avevano piantato il ‘majo’ l’anno precedente. c) L’entusiasmo (3). Queste due caratteristiche generano a loro volta un atteggiamento ”religioso”: l’entusiasmo che etimologicamente significa appunto “ispirazione divina” di tipo bacchico-dionisioco (4), che finisce per essere un “andare oltre” la “norma”. Antonio D’Amato, infatti, scriveva che durante questa festa “l’entusiasmo del popolo non ha limiti”.

Il sincretismo pagano – cristiano

Maio 4Proprio questo “entusiasmo” è l’elemento che spinge verso un’aria “pagana”, perché la festa è caratterizzata da baldoria incontenibile e scene addirittura quasi orgiastiche. Del resto è significativo che una canzone d’accompagnamento dell “processione” del “majo” reciti nel seguente modo mescolando “furore orgiastico” e fede cristiana. “Sto Natale è festa nostra/che te sceta pur ‘e Sante/mett’a pressa ‘a tutti quante/d’int’ ‘vvene pe’ cantà(5). In verità in altre località del Sud proprio per questi motivi la festa del “majo” è stata avversata dalla chiesa, mentre a Baiano il Parroco benedice addirittura il “majoì” e il giorno dopo guida la processione di Santo Stefano. Comunque resta fermo che la festa, avendo dei tipici rituali così grossolani, ma anche tanto affascinanti, riporta senz’altro la mente indietro nei millenni a costumanze antichissime o meglio precristiane, i cui riti, libagioni e gesti si riflettono quasi direttamente in quella che è oggi la “festa d’ò majo”. 

d) La genesi. E’ possibile, a questo punto, ricostruire la genesi del “majo” di Baiano. Secondo G. Mang è un “avanzo d’una usanza dei Germani antichi”, che passarono per queste regioni. Secondo Filippo di Castel Lentini, la festa affonda le sue radici nella cultura (6) italiana dal momento che nella zona dell’Appennino pistoiese si celebrano feste nominate “Cantamaggio”, assai simili a quelle di Baiano. Di una tesi simile si fa portatore Raffaele Corso che scrive “il majo irpino rientra in quella grande famiglia dei riti magico-sacro che i primitivi abitatori dell’Appennino solevano celebrare ora nel solstizio di inverno, ora nel solstizio d’estate, vuoi come incantesimi del sole, come opina Westermarck”. In ogni caso, come si vede, al dì là delle differenziazioni tra queste tre tesi, almeno un elemento in comune possiamo riscontrare: la tesi della presenza, all’interno della stratificazione strutturale della “festa d’ò majo” di un sincretismo (7) fra “cultura cristiana e cultura non cristiana” (sia che si tratti di “cultura pagana” o “cultura folklorico-popolare” o “cultura magico-sacrale”). 

Maio 5e) Il fuoco. In questa festa molta importanza ha il “fucarone”, altro tipico simbolo delle antiche feste italiane e dell’Europa in senso lato. Presso Baiano, comunque, il fuoco ha sicuramente uno scopo magico, poiché serve soprattutto per allontanare le epidemie (8) dalle famiglie e dal bestiame. Inoltre, elemento insieme distruttore e benefico, il “fucarone” è oggetto a un tempo di timore e di venerazione; l’accenderlo diventa una cerimonia sacra e si ha grande cura di custodirne la purità. Il “rito del fuoco” ha, quindi, in sostanza, un motivo sacrificale, nel senso che è finalizzato a ringraziare il Santo Protettore per i buoni raccolti delle campagne e, di conseguenza, per la floridezza dell’economia. In questa ottica si inserisce il simbolismo del centro(9), di cui si è già fatto cenno riguardo al simbolismo del “monte”, luogo deputato del “sacrificio archetipale” (10): infatti, come si è detto, è dal monte che l’albero viene sradicato ed è al “centro” della piazza che esso viene issato. Sull’originalità del “rito del fuoco” nel “majo” di Baiano all’interno delle feste del “maggio” si leggono queste note di Raffaele CorsoParrebbe, a prima vista, che nulla abbia di singolare questa costumanza, vestigio di <fuochi sacri> tra passati nella relgione cristiana con quella pagana: ma non è così, ove si consideri che gli elementi onde essa risulta e si svolga, il falò e il ‘majo’, si presentano, in tanti altri casi come due fatti distinti, mentre a Baiano sono associati e insieme combinati. Questa duplice categorie di cerimonie dovettero formare un tempo remoto, un solo rito, il quale, a poco a poco, per quel processo di disintegrazione che è nell’ordine delle cose, si sarebbe scomposto e frammentato, riducendosi ora alla sola rappresentazione del <focaraccio> rituale, ora a quella del ‘maggio’. La supposizione non è infondata, ove si tenga presente che in vari paesi e paeselli dell’Abruzzo, una regione non tanto discosta dall’Irpinia, il falò natalizio si prepara con la fiaccola di pino, di faggio, di ginepro, di tasso barbasso, con cui i popolani accompagnano le proprie donne alla messa notturna. Ma il majo non c’è. D’altra parte, laddove questo si consuma, il focaraccio non l’accompagna“.

Da queste note conclusive deduciamoaffermano gli studenti Giuseppe Buonaiuto e Pierluigi Romano della Prima C dell’Istituto Liceo Scientifico “E. Medi” di Cicciano, anno solastico 1982 – 1983 che il sistema culturale del ‘majo’ di Baiano si presenta da un lato come l’effetto di un lungo processo di sedimentazione, il quale affonda le sue radici nelle venerazione di divinità del fuoco e del focolare (Estia in Grecia e Vesta a Roma), dall’altro come uno di quei ‘relitti dell’ambiguo’, che è sopravvissuto, con la sua ‘organicità’ e ‘compattezza’, nel ‘processo di disintegrazione’ che è nell’ordine delle cose”.

Note dell’autore: 1) Ierofania: Indica qualche cosa che manifesta il sacro. 2) Orgia: Termine derivato dal greco “òrghia”, che significa “culto misterioso” o “misteri”; in genere veniva riferito ai culti di Demetra e di Bacco.

Note, a cura degli studenti della Ia C Liceo Scientifico E. Medi di Cicciano: 3) Dal greco “enthusiasmò” significa condizione derivante dalla presenza della divinità nell’animo, invasamento. Nella dimensione antropologica, indica una scarica frenetica di pulsioni inividuali e collettive. E’ in rapporto con l’orgia e la trance4) L’espressione deriva da Dioniso, figlio di Zeus e di Semele, dio del vino, della gioia, dell’ebbrezza e del benessere fisico. Scacciato da Licurgo, re degli Edoni, e da Penteo, re di Tebe, girò per la Grecia con una schiera di “baccanti”, poi passò in Asia, giungendo fino in India e dappertutto introdusse il culto. Scese anche nell’Ade per condurre nell’Olimpo la madre Semele, morta nel darlo alla luce: evidenti sono i nessi Luce/Tenebre e Vita/Morte, che sono alla base di tanta parte della religione e della magia. A causa anche delle influenze asiatiche il suo culto assunse carattere orgiastico: chiassose e disordinate erano le feste in suo onore caratterizzate infatti da abbondanti libagioni di vino e dalla violazione delle norme erotiche5) Questo Natale è una festa nostra//che sveglia anche i Santi/provoca una febbre a tutti quanti/nelle vene di cantare. (6) E. B. Taylor, che fu il primo ad usare tale termine nell’accezione antropologia, la definì in “La cultura primitiva, 1871 ”quel complesso insieme, quella totalità che comprende la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità ed abitudine, acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”. La c. ha un aspetto inequivocabilmente storico; ”L’eredità sociale è il concetto-chiave dell’antropologia culturale”. Come “concezione del mondo e della vita” può essere “ufficiale” ed “alta” (delle classi o ceti dominanti) oppure “subalterna” (delle classi subalterne). 7) Deriva dal greco “syncretismò”, che indica in Plutarco (Moralia, 490) l’unione dei cretesi di fronte ad un comune nemico; è poi passato a significare una fusione di dottrine religiose e di livelli culturali diversi8) Significativo fu il ricorso alla processione di S. Stefano, santo del “majo” per ottenere protezione durante la funesta epidemia di “vaiolo nero”, che colpì la zona di Baiano nel 1903. 9) Omphalòs. Termine greco (in sancrito “nabhih” e in latino ”umbilicus”), che significa letteralmente “Ombelico”, ma anche “centro, punto centrale”. Ha un ruolo sacro: infatti nella tragedia greca è l’oracolo di Delfo ad essere chiamato “omphalòs ghès” = “ombelico”, centro della terra (Eschilo: Eumenidi, v. 40; Sofocle: Edipo re, v. 898; Euripide, Medea, v. 668). Il ruolo sacro di esso è stato studiato da M. Eliade in T.s.r.: In tutte le tradizioni l’ombelico è una pietra consacrata da una presenza sovraumana, è il luogo sacro per eccellenza, l’ombelico, che con il suo simbolismo garantisce una nuova nascita e una coscienza reintegrata. 10) In filosofia, termine usato nella tarda antichità ellenica, per indicare l’idea platonica, ossia il modello originario (in greco “archètipon”) delle forme, di cui le cose sensibili sono semplici copie. In psicoanalisi questo concetto è presente nelle teorie di C. G. Jung, per il quale “nell’inconscio sono presenti non soltanto le latenze rappresentazioni appartenenti originariamente alla coscienza del singolo individuo, ma anche le altre, che hanno un carattere universalmente umano e si attuano, oltre che nei sogni, nelle visioni e nei deliri dei singoli individui, anche nel simbolismo dei materiali mitologici e dei sistemi religiosi” (E.. G. f., p. 471). Nella storia delle religioni la categoria “archetipo” è stata adottata da M. Eliade in T.s.r.. L’aggettivo di “archetipo” è “archetipale”.

Natale: da antica festa pagana del Sole Invitto a festa cristiana

Scritto da Carolina Milite il 24.12.2019 su Ulisse on line.

Natale 696x909Il Natale è la festa più sentita in tutto il mondo. Negli anni ha assunto anche un significato laico, legato allo scambio di regali, alla famiglia e a figure del folclore come Babbo Natale. Senza dimenticare la tradizione del presepe, di origine medioevale, e l’addobbo dell’albero, che si è diffusa successivamente a partire dal Nord Europa. La data del 25 è, in realtà, puramente simbolica: non si conosce la data esatta della nascita di Gesù, i Vangeli non ne fanno menzione. Con tutta probabilità venne fissata nel 440 d.C. al 25 dicembre per sostituire la festa del Natalis Solis Invicti (“Sole invitto”) con la celebrazione della nascita di Cristo. Secondo tale ipotesi, il Natale sarebbe dunque il più eclatante caso di cristianizzazione della preesistente festa pagana.

Eliogabalo imperatoreAndiamo, dunque, a dare uno sguardo alle origini precristiane del Natale. Invitto era un appellativo religioso usato per alcune diverse divinità nel tardo Impero romano: Helios, El-Gabal, Mitra oltre che per il dio Marte. Il Sol Invictus, inoltre, compare come divinità associata al culto di Mitra. Il culto acquisì importanza a Roma per la prima volta con l’imperatore Eliogabalo che fece costruire un tempio dedicato alla nuova divinità sul Aureliano imperatore Musei Capitolini MC493Palatino. In seguito, nel 274, Aureliano ufficializzò il culto solare, edificando un tempio sulle pendici del Quirinale e creando un nuovo corpo di sacerdoti (pontifices solis invicti). L’adozione del culto del Sol Invictus fu voluta da Aureliano quale elemento di coesione dato che, in varie forme, il culto del Sole era presente in tutte le regioni dell’impero. Anche molte divinità greco-romane, come Giove e Apollo, erano identificate con il sole. Inoltre, come riferisce Tertulliano, molti credevano che anche i cristiani adorassero il sole. Aureliano consacrò il tempio del Sol Invictus verso la fine del 274, natalis solis invictil 25 dicembre, e una festa chiamata Dies Natalis Solis Invicti, “Giorno di nascita del Sole Invitto”, facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero e indossando egli stesso una corona a raggi. La festa del Dies Natalis Solis Invicti divenne via via sempre più importante in quanto si innestava sulla festa romana più antica, i Saturnali.

San Gregorio di NissaLa prima testimonianza della celebrazione del Natale cristiano successiva risale al 380 grazie ai sermoni di san Gregorio di Nissa. La festa del Natale di Cristo, infatti, non è riportato nei più antichi calendari delle festività cristiane e anche in seguito veniva celebrato in date estremamente differenti tra loro. Anche l’imperatore Costantino imperatoreCostantino sarebbe stato un cultore del Dio Sole, in qualità di Pontifex Maximus dei romani. Dopo aver abbracciato la fede cristiana, nel 330 l’imperatore ufficializzò per la prima volta il festeggiamento cristiano della natività di Gesù, che con un decreto fu fatta coincidere con la festività pagana della nascita di Sol Invictus. Il “Natale Invitto” divenne il “Natale” Cristiano. Verso la metà del IV secolo papa Papa Giulio I Giulio I ufficializzò la data del Natale da parte della Chiesa cattolica: « In questo giorno, 25 dicembre, anche la natività di Cristo fu definitivamente fissata in Roma. »

La religione del Sol Invictus restò in auge fino al celebre editto di Tessalonica di Teodosio I del 27 febbraio 380, in cui l’imperatore stabiliva che l’unica religione di stato era il Cristianesimo di Nicea, bandendo di fatto ogni altro culto. Il 3 novembre 383 il Dies Solis, che era chiamato anche Dies Dominicus, giorno del Signore, in accordo con l’uso cristiano attestato da quasi tre secoli, fu dichiarato giorno di riposo obbligatorio per le liti giuridiche, per gli affari e per la riscossione dei debiti, comandando che fosse considerato sacrilego chi non ottemperava all’editto.

Cristo Re Dies DominicusiL’elemento della luce e le sue fonti, la lucerna, il fuoco, le stelle, la luna e primo fra tutti il sole si riferiscono innanzitutto alla loro realtà fisica. In seguito all’esperienza umana questi termini si caricano di ulteriori significati e diventano metafora o simbolo assumendo significati più ampi e complessi. La luce si contrappone all’oscurità, il giorno alla notte per questo motivo la luce diventa simbolo di verità, di conoscenza, di consapevolezza che si contrappone all’oscurità dell’ignoranza e della menzogna. Anche il giudaismo assume il simbolo universale della luce o del sole e successivamente il cristianesimo lo lega alla figura di Cristo come colui che porta la conoscenza e la verità al mondo.

ALL'AVELLANO GIACOMO DE LUCIA DEDICATI "GLI ORTI SOCIALI" DI SIGNA, CITTA' METROPOLITANA DI FIRENZE

Nelle foto Giacomo De Lucia nell'esercizio delle sue poliedriche attività

giacomo de luciaNicola Montanile – novembre 2019 - Dieci anni orsono, l'Associazione Socio - Culturale Onlus "Mela", in occasione della significativa ed importante nuova proposta di attività, indisse "Giochi senza Confini - 1°Torneo Giacomo De Lucia", e ritenne, meritando il plauso degli avellani e anche dei mandamentali, di dedicarlo, giustamente, all'avellano su menzionato, un Deus ex machina, da potersi definire uno dei propugnatori dell'associazionismo anche a livello di comprensorio avellano - baianese, dove era conosciuto da tutti. 

copertina Giochi senza ConfineGli amici, per altro, facenti parte di un ex e vetusto e glorioso sodalizio, (essendo stato il primo a dare l'idea esatta e concreta di Associazione), "River's Boys and Girls", di cui ne era stato fondatore attivo, fattivo e fervente componente, organizzando ed ideando avvenimenti culturali e anche sportivi, sia nel campo calcistico che pallavolistico e atletica, cimentandosi pure lui da calciatore e allenatore in entrambi le discipline; e tutto questo iato, senza contributi comunali, provinciali, regionali e sponsorizzazionali. avvalendosi dell'arte di arrangiarsi e del casareccio e puro volontariato.

 

Si pensò anche di redigere un libretto, con copertina di vari colori, editrice l'Arca", e sponsorizzato da "HDI Assicurazioni", il cui responsabile dell'agenzia era suo cugino, avente lo stesso nome.

foto giacomoIl libretto era composto da una prefazione, dalla biografia e da un articolo, pubblicato su di un giornale locale di Signa, città metropolitana Firenze, dove venivano riportati i discorsi commemorativi, elogiativi e commoventi del parroco e del sindaco del posto, quando si svolsero i funerali, e questo fece capire a tutti gli avellani il segno che aveva lasciato da evidenziare qualora ci fossero stati dubbi che "Nemo Propheta in Patria".

Il testo termina con un discorso di un amico, a nome di tutti, fatto il 30 aprile 2009, nella Collegiata San Giovanni Battista de' Fustiganti, Parrocchia di Santa Marina, perché si volle celebrare, alla presenza anche dei familiari una messa in suffragio ed il discorso venne, pure, pubblicato, sull'allora cartaceo "Il Meridiano".

Comunque, a Signa, perdonerete il gioco di parole, il nostro caro e amato Giacomino, così amorevolmente chiamato, per la sua cordialità, simpatia, disponibilità, impegno e la dote di sapersi far voler bene, ha lasciato un segno, profondo come una cicatrice, grazie al suo coinvolgimento nella politica, essendo stato consigliere e assessore, occupandosi di varie materie: dall'urbanistica, per un breve periodo, allo sport, dai trasporti alla pubblica istruzione, dall'ambiente alle politiche sociali e della casa, fino ad allacciare rapporti con L'ASL e con la società della Salute e l'Azione Cattolica, prima formazione della sua vita.

presentatore 1E i signesi, sensibili, riconoscenti e gente di immensa cultura e spiccata intelligenza, non lo hanno per niente dimenticato, tanto che con una cerimonia, alla presenza dei suoi cari, hanno scoperto una lapide, in sua memoria, dedicandogli gli "Orti Sociali", per la realizzazione dei quali tanto si era prodigato e battuto, con tenace impegno.

Nell’occasione, infatti, il sindaco Cristianini, nel suo discorso, ha detto:"Un uomo gentile e di grande coraggio per il proprio impegno sociale”. 

Erano presenti la vedova e l’intera famiglia fino alle care nipoti; alla cerimonia hanno partecipato anche numerosi membri della giunta comunale (Adriano Paoli, Federico La Placa e Giovanni Bellini), il presidente del Consiglio comunale Zaccaria e il Consigliere regionale Paolo Bambagioni.

A noi avellani non resta che ringraziare i signesi e soprattutto GIACOMO che porta in alto il nome del suo paese, fucina, per il passato, di uomini illustri e di storia millenaria, sperando che gli amici, l'amministrazione e le associazioni avellane gli riconoscano il giusto merito con qualche iniziativa.

Per la cronaca e, in modo particolare per le nuove generazioni, il nostro protagonista nacque ad Avella da Alfonso e Maria Russo, il 5 marzo 1947, in vico Lombardi 16, sul corso del Fiume di Avella, meglio conosciuto col nome di Clanio (nell'Ottocento e inizio Novecento residenza di una famiglia illustre, che diede i natali a prelati, sindaci, medici ed avvocati), ed è morto a Signa l’8 aprile del 2009.

 

NOTERELLE STORICHE SU CICCIANO

Rovistando tra scartoffie e fogli ingialliti … documenti sullo stemma e sull’Onciario del 1746.

 

Lo stemma di Cicciano nel tempo da Il Gazzettino dic. 2011 pag. 9 CopiaNicola Montanile – dicembre 2019 - Rovistando tra scartoffie e fogli ingialliti, balza agli occhi un interessante testo di 24 pagine, con copertina grigia dal titolo "PER LO STEMMA DI CICCIANO", il cui autore è un certo Umberto Sammarco - MICHELE CARUSO – Casalnuovo di Napoli - 1934 - XII.

Il testo, che sull'antepagina presenta la stesse indicazioni, nel retro di essa non numerata, ma si capisce che è pagina 2 - anche perché si evince che tutti i retro, non sono numerati - evidenzia in basso anche "Tip. NAPPA - Via Giovanni Palladino, 51, (Università Vecchia) - Napoli".

Dalla pagina tre, in cui si nota lo stemma, l’autore inizia col parlare della storia del paese e delle varie supposizioni tra cui che "L'attuale stemma del Comune di Cicciano rappresenta nel centro di uno scudo ovale e senza fregio, una mammella su cui si posa, come in atto di carezzarla, una mano che si protende dal lato sinistro della corona; ma la parte inferiore della figura è costituita da una doppia sbarra o, come alcuni interpretano, da un doppio ponte, sostenuto da un pilastro. Intorno corre la scritta: Universitas Castri Cicciani", anche se, secondo l'autore, dovrebbe essere "Castri Cicciani Universitas" e a pagina 15 sono messi in risalto i due stemmi, ovvero l'attuale e l'originale.

Ma tralasciando le disquisizioni, riguardanti lo stemma ed il nome del paese, nel testo, vi è una pagina che tratta dei "DOCUMENTI", di cui di uno si riporta il contenuto integralmente.

DOCUMENTO I - "ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI --- ATTI PRELIMINARI N: 931 - Vol. 3 - Istanze e documenti Volumetti N. 2 - Apprezzo - Squarciafogli dell'apprezzo - Libro di Tassa".

L'attenzione, però, si posa più sul DOCUMENTO II, ovvero "ARCHIVIO DI STATO - NAPOLI -- CICCIANO - ONCIARIO DELL'ANNO 1746 - N. 935 - Catasto della Terra, Seu Castello di Cicciano - D. O. M."

Eccone il contenuto:"La terra, seu Castello di Cicciano, che nella nostra Campagna Felice trovasi situata tra il piano, e il piede del Monte  del Castello di Rocca Raynola, lungi da circa un miglio e mezzo dal Venerando Santuario e Terra di Cimitile, e dai circa due dall'antichissima Nola, che per la salubrità dell'Aere sotto piacevolissima Clima, per l'umanità dei giardini, e Fertilità dei Campi, lunga, e sana Vita agli abitatori conserva, più Forestieri, ha indotti a possedervi beni, e non pochi Coloni a sudare nel suo Territorio: Non invidiosa agli Edifici, dà l'abitazione a 1840 Anime, di animi, se non piena, mediocremente ornati di doti Morali. Termina il suo Confine colle pertinenze di Faibano, Campasano, Resigliano, Rocca Raynola, Cimitile, Nola, ed altri. E viene posseduta nella Giurisdizione secolare dell'Illustre Barone Fabrizio Testa-ferrata di fuori Regno, e nella Ecclesiastica dalla Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano il Maltese, e per essa dall'Ill.mo Frà Don Giuseppe Maria Cicinelli commendatore. Al presente retta e governata da Luigi Vitale e Domenico Taliento Eletti che da sano consiglio drizzati, quanto ossequiosi Venatori, tanto esattissimi esecutori degli ordini Reali emanati dal Re N. S. (Dio G. di) per la formazione del presente Catasto, avendo me sott. Gio Tomaso d'Amato assunto per Cancell.e coll'assistenza ed intervento delli Mei Dr. Fis. Michele Vitale, Onofrio del Campo Carmine, e Nicola di Luca Giuseppe d'Avanzio e Carlo Capoluongo cittadini per deputati in pubblico Parlamento Eletti han dato fine ad esso per la maggior Gloria del Sommo Motore, pronta obbedienza del nro Regnante, e suoi Ministri, ed utile del Comun Pubblico oggi 27 Agosto 1746

D. Francesco Michele Vitale deputato f.f

Onofrio del Campo dp.to.

Carmine de Luca deputato

Nicola de Luca deputato 

*Segno di Croce di Giuseppe d'Avanzio dep.to S. N.

*Segno di Croce di Carlo Capoluongo dep. S. N.

Domenico Taliento Eletto

Aloisi Vitale Eletto

Not.r Gio: Tomaso d'Amato Cancell.e f.f.". 

La parrocchia di San Felice da Nola Presbitero a Fierozzo in provincia di Trento

Ricerca di Antonio Fusco con la gentile collaborazione di Leo Toller

fronte chiesaOttobre 2019 - Fierozzo è un borgo nella valle dei Mòcheni (nella valle si parla il mòcheno un antico idioma discendente dal tedesco), diviso in due frazioni: quella di San Francesco, chiamata Fierozzo di Fuori e l’altra di San Felice detta Fierozzo di Dentro; quest’ultima sorge a 1127 metri sul livello del mare.

Il primo edificio ecclesiale dedicato a San Felice da Nola Presbitero fu eretto, tra la fine di maggio 1726 e la prima metà di novembre 1727, per desiderio del fierozzano Cristel Iobstraibizer, il quale per una grazia ricevuta ne chiese l’autorizzazione al vescovo di Feltre Pietro Maria Trevisano. Non ebbe la funzione di parrocchia, ma divenne una curazia dell’arcipretura di Pergine dalla quale nel 1738 si ottenne la concessione di impiantare un attiguo cimitero.

quadroPoiché con il passare del tempo la cappella era diventata alquanto malridotta e troppo angusta per accogliere i numerosi fedeli, il curato don Luigi Gadler ne promosse l’edificazione di una nuova, iniziativa approvata dalla stragrande maggioranza dei capifamiglia. Pertanto, il primo impianto fu ristrutturato ed ampliato nelle linee attuali tra il 1894 e il 1895.

Il progetto architettonico della nuova fabbrica fu affidato all’architetto Giovanni de Ferrari e per la sua erezione contribuirono economicamente e con la prestazione di lavoro volontario tutte le famiglie fierozzane.  Il 7 maggio 1894 l’arciprete di Pergine don Giovanni Battista Inama benedì la prima pietra dell’erigenda chiesa di San Felice da Nola alla presenza del curato, dei fedeli fierozzani e dei vicini borghi. La costruzione, terminata nell’autunno del 1895, il 15 dicembre, terza domenica dell’Avvento, fu benedetta dal citato arciprete don InamaIl 21 luglio 1911 fu consacrata come parrocchia dal vescovo di Trento Celestino Endrici. In vari tempi fu oggetto di restauro, ma il più importante fu quello effettuato tra il 1973 e il 1977.   

statua chiesaLa chiesa, orientata nella direzione nord-orientale, domina sull’abitato della contrada e dal sagrato si apre un vasto panorama sulla Valle dei Mòcheni. A sinistra, in posizione arretrata, si innalza su tre ordini di linee diverse la torre campanaria, probabilmente già esistente prima della ristrutturazione del 1894 / 95.

La facciata, con frontone sommitale, presenta una finestra circolare e un portale architravato contornato da plastiche decorazioni di stucco. L’unica navata si articola in tre campate con presbiterio ed abside.

L’interno presenta una tinteggiatura tesa a far rilevare le modanature, le vele delle campate e le strutture arcuate. Nel catino absidale su un fondale azzurro è affrescato il Buon Pastore affiancato da dodici pecorelle, sei per lato. Oltre all’altare maggiore, opera del marmista di Rovereto Gelsomino Scanagatti, vi è anche presente un secondo altare dedicato al patrono San Lorenzo, al quale i Fierozzani sono molto devoti, a ricordo di una chiesa a lui dedicata, crollata e ridotta allo stato di rudere. 

Tra gli arredi ricordiamo un organo del 1800 e soprattutto molte sacre immagini. Tra queste San Felice da Nola Presbitero è plasmato in una statua che lo raffigura benedicente, reggente un calice e abbigliato con ricchi paramenti sacerdotali, quali camice, pianeta, manipolo. Una sua seconda immagine, sempre in veste di presbitero e con il calice nella mano destra, è dipinta in basso a destra nella fastosa pala dell’altare maggiore raffigurante la Vergine col Bambino