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NOTARELLE STORICHE SU CICCIANO

Rovistando tra scartoffie e fogli ingialliti ….trovo un testo di Umberto Sammarco sullo stemma e un documento dell’Archivio di Stato di Napoli sul Catasto della Terra, Seu Castello di Cicciano tratto dall’Onciario del 1746.

cicciano2Nicola Montanile – marzo 2019 - Rovistando tra scartoffie e fogli ingialliti, balza agli occhi un interessante testo di 24 pagine, con copertina grigia dal titolo "PER LO STEMMA DI CICCIANO", il cui autore è un certo Umberto Sammarco. - MICHELE CARUSO - CASALNUOVO Di NAPOLI - 1934 - XII.

Il testo che sull'antepagina presenta le stesse indicazioni, nel retro di essa, non è numerata, ma si capisce che è pagina 2 - anche perché si evince che tutti i retro non sono numerati - in basso si legge anche "Tip. NAPPA - Via Giovanni Palladino, 51, (Università Vecchia) - Napoli", Dalla pagina tre, in cui si nota lo stemma, si inizia col parlare della storia del paese e delle varie supposizioni tra cui "L'attuale stemma del Comune di Cicciano rappresenta nel centro di uno scudo ovale e senza fregio, una mammella su cui si posa, come in atto di carezzarla, una mano che si protende dal lato sinistro della corona; ma la parte inferiore della figura è costituita da una doppia sbarra o, come alcuni interpretano, da un doppio ponte, sostenuto da un pilastro. Intorno corre la scritta: Universitas Castri Cicciani", anche se, secondo l'autore, dovrebbe essere "Castri Cicciani Universitas" e a pagina 15 sono messi in risalto i due stemma, ovvero l'attuale e l'originale.

catasto 1746Ma tralasciando le disquisizioni, riguardanti lo stemma ed il nome del paese, nel testo vi è una pagina, che tratta di "DOCUMENTI", di uno dei quali si riporta il contenuto, integralmente:

Il DOCUMENTO 1 così recita: "ARCHIVIO DI STATO DI NAPOLI - ATTI PRELIMINARI N: 931 - Vol. 3 - Istanze e documenti Volumetti N. 2 - Apprezzo - Squarciafogli dell'apprezzo - Libro di Tassa".

L'attenzione si posa più sul DOCUMENTO 2, ovvero: "ARCHIVIO DI STATO - NAPOLI --CICCIANO - ONCIARIO DELL'ANNO 1746 - N. 935 - Catasto della Terra, Seu Castello di Cicciano - D. O. M."

Ma ecco il contenuto: "La terra, seu Castello di Cicciano, che nella nostra Campagna Felice trovasi situata tra il piano, e il piede del Monte del Castello di Rocca Raynola, lungi da circa un miglio e mezzo dal Venerando Santuario e Terra di Cimitile, e dai circa due dall'antichissima Nola, che per la salubrità dell'Aere sotto piacevolissima Clima, per l'umanità dei giardini, e Fertilità dei Campi, lunga, e sana Vita agli abitatori conserva, più Forestieri, ha indotti a possedervi beni, e non pochi Coloni a sudare nel suo Territorio: Non invidiosa agli Edifici, dà l'abitazione a 1840 Anime, di animi, se non piena, mediocremente ornati di doti Morali. Termina il suo Confine colle pertinenze di Faibano, Campasano, Resigliano, Rocca Raynola, Cimitile, Nola, ed altri. E viene posseduta nella Giurisdizione secolare dell'Illustre Barone Fabrizio Testa-ferrata di fuori Regno, e nella Ecclesiastica dalla Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano il Maltese, e per essa dall'Ill.mo Frà Don Giuseppe Maria Cicinelli commendatore. Al presente retta e governata da Luigi Vitale e Domenico Taliento Eletti che da sano consiglio drizzati, quanto ossequiosi Venatori, tanto esattissimi esecutori degli ordini Reali emanati dal Re N. S. (Dio G. di) per la formazione del presente Catasto, avendo me sott. Gio Tomaso d'Amato assunto per Cancell. e coll'assistenza ed intervento delli Mei Dr. Fis. Michele Vitale, Onofrio del Campo Carmine, e Nicola di Luca Giuseppe d'Avanzio e Carlo Capoluongo cittadini per deputati in pubblico Parlamento Eletti han dato fine ad esso per la maggior Gloria del Sommo Motore, pronta obbedienza del nro Regnante, e suoi Ministri, ed utile del Comun Pubblico oggi 27 Agosto 1746

D. Fr. sco Michele Vitale deputato f.f

Onofrio del Campo dp.to.

Carmine de Luca deputato

Nicola de Luca deputato

*Segno di Croce di Giuseppe d'Avanzio dep.to S. N.

*Segno di Croce di Carlo Capoluongo dep. S. N.

Domenico Taliento Eletto

Aloisi Vitale Eletto

Not.r Gio: Tomaso d'Amato Calcell. e f.f.".

IL CULTO ARBOREO NEL COMPRENSORIO AVELLANO-BAIANESE

Il rito nella storia lungo la Nazionale delle Puglie. I riti arborei e le ierofanie legati all’albero.

 

 

Il maioNicola Montanile - 19 febbraio 2019 - Si concluderà, nel comprensorio avellano baianese, la festa del Maio, il 20 febbraio, nel piccolo e attivo centro basso irpino di Sperone, per il patrono Sant'Elia, la cui “prima” è iniziata il 30 novembre, a Sirignano per Sant'Andrea, continuata, a Baiano il 25 dicembre, in onore del santo patrono, il protomartire Santo Stefano,

La kermesse si è svolta, poi, nel mese di gennaio, e precisamente il 10 a Mugnano del Cardinale per Santa Filomena, per poi passare a Quadrelle il 17 per Sant'Antuono e arrivando ad Avella il 20, questa volta con il protettore San Sebastiano.

Da sottolineare che soltanto per due centri: Mugnano del Cardinale e   Quadrelle, la celebrazione non è per i santi protettori, in quanto, per il primo, caro a Santa Filomena, è la Madonna delle Grazie, mentre per il secondo, San Giovanni Battista.

Carro di Fontanarosa 3985 600x470 w e782639d5a801e866ea3d5a878c81f21Comunque il culto, iniziato in Alta Irpinia, con connotazioni diverse - e si parla del Carro di Fontanarosa, in onore della patrona Assunzione della Beata Maria Vergine Santa Maria della Misericordia; del Carro o Obelisco di Paglia, alto 25 metri, di Mirabella Eclano, per Maria SS. Addolorata e del Giglio di Flumeri, il cosiddetto Giglio di Spighe di S. Rocco del 15 agosto - si snoda su tutta la Nazionale delle Puglie, prendendo a Nola, il nome dei Gigli, per terminare a Barra, nel mare, poiché, secondo alcune delle leggende, San Paolino offrì la propria vita agli Arabi, in cambio di quelle di una vedova e del suo figlioletto.

Obelisco di Mirabella maxresdefaultIndubbiamente, il tutto lo s'inquadra nel culto arboreo e le ierofanie, che sono le manifestazioni del sacro attraverso il profano; e, prendendo in esame le vegetali, esse vengono classificate in questo modo: un tipo individuato di albero (il noce), un frutto (il limone), il fiore in senso lato e l'albero in senso lato.

Giglio di Grano di Flumeri 800x445Nel campo magico tutti ricordano la leggenda delle streghe nell'area del beneventano che si riunivano, intorno ad un albero sacro, un noce; un albero che sta tra il religioso e il magico, il sacro e il profano.

Maio Sirignano"In questa dimensione - si legge nel libro "Entro i relitti dell'ambiguo, a cura del prof. Franco Salerno" - si colloca infatti il famoso rito della <Cinghiatura dei noci>.  Il 24 giugno si celebra la festività di san Giovanni Battista, patrono di Roccarainola; (NDA anche di Quadrelle) nell'ambito di questa festività si effettua tutt'ora (anche se con minore frequenza di una volta) la Maio Baiano<cinghiatura dei noci>. Nella notte del 23 tutti i tronchi dei noci vengono cinti, legati (questo tema del 'legamento' ritornerà nel culto popolare di un altro santo, Sant'Antonio Abate) da rametti di salice o di pioppo, per proteggerli da   caduta prematura delle noci. La genesi di questo rito viene riferita alla decapitazione del Battista avvenuta per un capriccio di Solomè, su istigazione della madre Erodiade".

Il testo presenta una sottotitolo "Misteri e Furori nelle Feste e nei Culti popolari del <mondo magico> campano dal 1500 ad oggi"; si tratta l'argomento nel capitolo terzo Maio Mugnano IMG 6522"L'Universo delle ierofanie nel Nolano, nel Vallo di Lauro e nel Baianese" ed è stato impresso nel mese di maggio 1984 presso le Arti Grafiche Palumbo & Esposito Cava dei Tirreni (Salerno) e scaturisce da un lavoro di una serie di ricerche, fatte da un gruppo di studenti della IA C del Liceo Scientifico "E. Medi" di Cicciano.

Maio QuadrelleL'interessante lavoro sulle nostre radici ci informa, altresì, "Un'altra interpretazione, invece, collega la <scarmatura> delle noci (cioè la caduta precoci delle noci) ad un essere mostruoso, tipo un grosso serpente o un drago (ritorna la presenza del serpente, che abbiamo già evidenziato nel quarto paragrafo del secondo capitolo): esso appare solo alla vigilia di san Giovanni Battista. Secondo gli anziani, nel mostro si incarnerebbe per una maledizione lo spirito di colei che fece decapitare il Santo; perciò ai giovani e alle fanciulle veniva raccomandato di non avventurarsi per i campi durante la vigilia di san Giovanni".

Maio Avella 122Ma i giovani discenti, forse, oggi, docenti o professionisti, narrano anche di "Un'altra leggenda fra religioso e magico, sempre in riferimento al noce, è quella di san Barbato e del <noce incantato> con la quale ritorniamo nell'area del Beneventano. Si racconta infatti che san Barbato abbatté a colpi di scure il <noce incantato> e lo seppellì in una fossa. Ma dalle radici balzò fuori un demonio gigantesco (ritorna sotto forma cattolica il tema dell'<essere mostruoso> presente nella <cinghiatura dei noci> tanto copertina Entro i relitti dellambiguo l300spaventoso a vedersi che tutti scapparono, tranne san Barbato. Il demonio aveva avuto il tempo di far spuntare dal terreno un nuovo noce alto e verde come quello che san Barbato aveva abbattuto, intorno al quale continuavano a riunirsi diavoli, streghe e <arcifanare>, cioè le streghe possedute da diavoli. In tutta questa serie di credenze Ianare intorno al Noce di Beneventocollegate al noce un elemento senz'altro è in comune: la dialettica vita/Morte. Infatti: - la decapitazione del Battista è un evento a - temporale (di Morte) che serve a proteggere contro una <morte> precoce delle noci; - il risorgere continuo del <noce incantato> introduce il tema dell'albero come simbolo della vita...".

Alla fine, i giovanotti chiudono con M. Eliade, op.cit. p.275, che dice "L'albero rappresenta - in modo sia rituale sia concreto sia mitico e cosmologico e anche puramente simbolico - il Cosmo vivente, che si rigenera senza interruzione".

san giovanni battistala e la cinghiatura. jpgUn prosit, quindi, agli allora giovani studenti nelle persone di Letizia Cafarelli e Adele Lombardi, che trattarono proprio la "cinghiatura", nonché Ida Bifulco, Alessandra Miani, Nunzia Pierno, Paolino Castaldo, Enrico Fedele, Aniello Laudanno, Giovanni Russo, Luigia D'Angelo, Giuseppe Buonaiuto, Pierluigi Romano e ovviamente al coordinatore, magnifico prof. Franco Salerno.

 

Foto - 1. Maio; 2. Carro di Fontanarosa; 3. Obelisco di paglia di Mirabella Eclano; 4. Giglio di grano di Flumeri; 5. Maio di Sirignano; 6. Maio di Baiano; 7. Maio di Mugnano dl Cardinale; 8. Maio di Quadrelle; 9. Maio di Avella; 10. Maio di Sperone; 11. copertina "libro "Entro i relitti dell'ambiguo"; 12.Janare intorno al Noce di Benevento; 13. S. Giovanni Battista e la cinghiatura del noce.

A SALERNO “TRANSLATIO SANCTI MATTHEI APOSTOLI ET EVANGELISTAE”

La Mostra, inaugurata sabato 3 novembre 2018, alle ore 17.00, nell’Aula Superiore della Chiesa San Pietro a Corte, resterà aperta fino al 22 gennaio 2019.

locandina Mostra 768x1082P.L. – 03.11.2018 - Un po’ di storiaIl 6 maggio dell’anno 954 il principe longobardo Gisulfo I promuove il trasferimento delle reliquie dell’apostolo Matteo, provenienti dall’ Etiopia del Ponto, dalla città di Caput Aquis (odierna Capaccio) a Salerno.

chiesa san pietro a corteNel 1080 l’arcivescovo Alfano I, nel corso dei lavori di costruzione della cattedrale normanna, comunica al Papa Gregorio VII il rinvenimento delle reliquie del Santo che accresceranno, tra l’XI e il XIII secolo, la fama di Salerno in tutta Europa come “Civitas Sancti Matthei”.

I volti della storia salernitana in mostra 02 WEBSu questo affascinante e intricato percorso storico delle reliquie e sulla loro successiva traslazione, si fonda il tema della ricerca condotta con appassionato slancio culturale da Renaldo Fasanaro.

La mostra, promossa dall’Associazione Culturale ADOREA con il coordinamento scientifico della Direzione del Gruppo Archeologico Salernitano, già esposta dal 29 al 6 maggio nel Duomo di Salerno, Mostra a Salerno 9presenta le immagini delle più importanti personalità longobarde e normanne che contribuirono tra il IX e l’XI sec. alla valorizzazione dei resti del corpo dell’apostolo all’interno della cripta della cattedrale consacrata dallo stesso Papa Gregorio l’11 luglio del 1084.

Il fascino delle più importanti personalità dell’epoca è amplificato dal particolare allestimento realizzato dall’Autore salernitano, che affida alla luce di 16 grandi ceri il compito di perpetuare nei secoli a venire la fama dell’apostolo, evangelista, santo e martire Matteo.

Mostra a Salerno 8I sedici grandi ceri dipinti a mano, proposti da Fasanaro, rappresentano altrettanti personaggi della storia salernitana del Medioevo, legati alla vicenda dell’arrivo in città delle reliquie ed alla costruzione del Duomo.

Le figure realizzate da Fasanaro per sintetizzare in un unico percorso iconografico le vicende salernitane, come in una sorta di racconto su cera, sono: Attanasio e Pelegia, Sichelgaitail vescovo Giovanni di Capaccio; l’abate Desiderio di Montecassino, che si rifugiò alla corte del principe Guaimario V di Salerno e divenne papa con il nome di Vittore III; i tre santi martiri salernitani Caio, Ante Desiderius of Montecassinoe Fortunato, che erano i patroni di Salerno prima dell’arrivo delle reliquie dell’Evangelista; il principe Gisulfo, Adelaide santa ed imperatrice d’Italia, il vescovo di Salerno Alfano I; il principe normanno Roberto il Guiscardo e sua moglie Sichelgaita e poi i coniugi Landolfo Butrumile e sua moglie Guisana, che donarono la porta di bronzo del duomo. Al centro campeggiano i ceri di Cristo e San Matteo.

I ceri sono alti circa 30 centimetri e sono di 12 centimetri di diametro. La tecnica utilizzata è quella del pastello su pergamena con fondi in oro zecchino, per esaltare il concetto del sacro. Le miniature sono state poi incollate sulla superficie dei ceri e su ciascuno di essi è riportato il nome in latino della personalità e alcuni passi, sempre in latino, che ne attestano il ruolo svolto nella valorizzazione delle reliquie del santo. Sono citati anche molti passi dei carmi di Alfano, che fu appunto anche Renaldo Fasanaromedico, architetto e poeta. A rendere ancora più prezioso ogni cero artistico, un originale inserto, come riferisce lo stesso Fasanaro: «Sono riuscito a procurarmi delle passamanerie, con ricami del Settecento che ho applicato a cornice dei ceri. Me le ha fornite la sartoria di un convento di suore romane».

Mostra a Salerno 2Fasanaro ha spiegato anche nel dettaglio la simbologia che si deve ai primi secoli del cristianesimo: «Il cero rappresenta il corpo, lo stoppino rappresenta l’anima e la fiamma lo Spirito. Ogni cero è quindi una sorta di prolungamento della nostra preghiera».

All’inaugurazione, dopo i saluti di Bernardo Alfieri, sono intervenuti: Amalia Galdi su “San Matteo e i Normanni: XI-XII sec.”; Giuseppina Zappelli su “L’iconografia di San Matteo nell’arte medievale”; Felice Pastore su “La ricerca di reliquie nell’ideologia longobarda al tempo di Arechi II”; Renaldo Fasanaro su “Il Kèrigma diMatteo: storia di una mostra”.

info: Gruppo Archeologico Salernitano – 

cell. 338.19.02.507 – 347.05.68.650 – 338.40.58.094

www.gruppoarcheologicosalernitano.org

email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Alla scoperta del Castello dei Conti di Acerra

Marianna Ambrosino in HetorLa Campania da riscoprire del 14 febbraio 2018.

Castelo di AcerraIl complesso monumentale del Castello dei conti di Acerra sorge ai margini del centro storico, nell’omonima piazza. Più precisamente, esso si trova sull’estremità nord del quadrilatero dell’antico impianto urbanistico di origine romana, appena fuori dalle mura.

Il nucleo centrale, dalla particolare pianta semicircolare, infatti, sorge sui resti di un teatro romano, come testimoniamo strutture murarie dell’epoca in opus reticulatum e opus listatum, e alcuni reperti (come cocci e parti di colonne) rinvenuti all’interno nel corso di alcuni lavori di consolidamento delle fondazioni eseguiti negli anni ’80. La costruzione di un edificio difensivo sui resti del teatro romano avvenne, molto probabilmente, ad opera dei Longobardi come testimonia un documento dell’anno 826 d.C. “…In quest’anno Acerra appartenne di bel nuovo ai Longobardi, i quali vi avevano edificato un Castello”.

Il Castello fu distrutto poco dopo dagli stessi longobardi, fino a farne perdere qualsiasi traccia per diversi secoli. Le prime notizie, infatti, arrivano solo nel XII secolo, quando Manfredi, figlio di Federico II di Svevia, spedisce dal castello di Acerra un decreto all’arcivescovo Cesario di Salerno.

Nel XV secolo viene ristrutturato e, poco dopo, durante il conflitto tra la contea di Acerra e il Regno di Napoli, il castello viene danneggiato. Un documento del 1481 ci descrive il Castello che risultava essere già allora molto simile a come appare oggi, probabilmente restaurato dal Conte Origlia poco prima del 1412 e successivamente all’assalto di Alfonso D’aragona.

Bisogna aspettare, poi, il XVIII secolo per un ulteriore abbellimento della struttura. Nello specifico, fu in occasione del matrimonio di Maria Giuseppa de Cardenas, ultima contessa di Acerra, ed il generale Francesco Pignatelli che si procedette alla ristrutturazione del pavimento (decorato con gli stemmi delle famiglie). Nello stesso periodo venne realizzato il ponte fisso (che sostituì quello mobile) poggiato su due archi in murature, le sale ad est e ad ovest, e il relativo ingresso coperto prima dell’androne.

Nel 1806, in seguito all’abolizione della feudalità, il castello divenne proprietà privata dei Cardenas, diventando così abitazione e mantenendo questo stato fino al 1920, quando il Castello venne acquistato dal Comune che lo utilizzò come sede amministrativa fino ai primi anni ’90.

Alla struttura, parzialmente circondata dall’antico fossato, vi si accede tramite un ponte fisso a due piloni, realizzato alla fine del ‘700; subito dopo vi è la porta di ingresso, l’unico varco nella murazione che circonda l’edificio.

L’ingresso, coperto da volte a botte (che presentano ancora tracce di affresco), permette l’accesso ad un primo spazio aperto: sul lato destro c’è una scala che porta al camminamento sulle mura; a sinistra una sala con due pilastri centrali, coperta da volte a vela.

A destra dell’androne domina un’imponente torre semicircolare che si configura come il mastio del complesso: in alto si possono notare le feritoie dalle quali si calavano le sentinelle in caso di attacco.
Da qui si accede alla scala che porta ai piani superiori: al secondo piano, in particolare, si trova il salone utilizzato come Sala Consiliare, in cui è esposto uno stemma che era precedentemente affisso sul portale d’ingresso.

Dall’androne si accede anche al cortile interno, delimitato a nord da un muro a forma semicircolare. Tale particolare trova spiegazione dal fatto che il Castello fu costruito sui resti di un antico teatro romano del I secolo, di cui è ancora visibile parte della scena nei sotterranei dell’ala est.
L’affascinante scoperta, svoltasi sotto l’egida della dottoressa Giampaola nel 1982, ha portato alla luce numerosi reperti ed elementi che decoravano la scena.

Tuttavia gli scavi non hanno riportato in luce la cavea e l’orchestra che dovrebbero svilupparsi, con buona probabilità, sotto il cortile e il giardino. Di recente, i soci dell’Archeoclub si sono prodigati nella ripulitura da materiali cartacei ed altro della zona archeologica, rendendo quindi possibile la visita agli scavi.

Oggi esso ospita importanti istituzioni culturali quali la Biblioteca Comunale, la Civica Scuola di Musica ed il Museo Civico articolato in tre sezioni: Archeologica, del Folklore e della Civiltà Contadina, della Maschera di Pulcinella.
Secondo la tradizione, riportata da un testo del ‘500, e un famoso dipinto attribuito a Ludovico Carracci, la città ha dato i natali alla maschera di Pulcinella, motivo per il quale all’interno del castello è stato inaugurato nel 1993 il monumento a Pulcinella e il museo a lui dedicato.

I santi di nome “Paolino”

Riedizione aggiornata di Antonio Fusco

San Paolino 20180102 193904Agosto 2018 - Quando nel 1966 mi trovavo a Cervignano del Friuli in qualità di sergente A.U.C., mi capitò di conoscere un barista che si chiamava Paolino. Pensando che potesse essere un oriundo nolano o in qualche modo legato ad una parentela nolana gli chiesi come mai avesse quel nome di battesimo, palesandogli anche il motivo del mio interessamento. Il friulano mi rispose che non aveva nessun rapporto con Nola e che il suo nome era riferito a San Paolino di Aquileia, vissuto al tempo di Carlo Magno e sepolto a Cividale del Friuli, dove morì nell’803.

Un altro episodio simile avvenne a Lucca, dove un’insegna turistica, affissa sul portale di un tempio con la scritta “Chiesa di San Paolino”, mi fece erroneamente pensare a San Paolino di Nola, ma un sacerdote, che si trovava per caso sul sagrato, mi comunicò che si trattava di un protovescovo di incerta agiografia, evangelizzatore della città.

Da qui la mia curiosità di sapere se ci fossero altri santi di nome Paolino, e, oltre ai due citati, sono venuto a conoscenza dell’esistenza dei seguenti beati, omonimi del nostro Vescovo, dei quali diamo qualche notizia agiografica:

Paolino vescovo di Besançon (III sec. – E’ nominato al terzo posto nell’antico Catalogo di Besançon);

Paolino vescovo di Capua (IX sec. – Occupa il ventesimo posto nella lista ricostruita della Chiesa di Capua, che resse dal 12/7/835 al 10/10/841);

Paolino di Colonia (subì la pena del martirio in epoca imprecisata. Il suo corpo è conservato nella chiesa di Santa Cecilia a Colonia);

Paolino di Gaza (fu condannato al supplizio dagli Arabi a Gerusalemme intorno al 637 insieme con altri sessanta cristiani);

Paolino di Llanddeusant (visse nel Galles probabilmente tra la seconda metà del V e la prima del VI sec.);

Paolino di Pavia (fu martirizzato in epoca imprecisata con Bonino e Saterio. Le loro reliquie sono conservate a Pavia nella chiesa dei SS. Gervasio e Protasio.);

Paolino di Senigallia (Viene citato come protovescovo venerato nella città marchigiana prima che ne diventasse protettore San Paolino di Nola);

Paolino di Todi (fu ucciso nel corso della persecuzione di Diocleziano con i compagni Felicissimo ed Eraclio);

Paolino vescovo di Treviri (IV sec. – Lottò coraggiosamente contro gli Ariani e divenne vescovo di Treviri verso il 346. Costanzo II, imperatore ariano, lo mandò in esilio nella Frigia, dove morì il 31 agosto del 358);

Paolino di York (missionario evangelizzatore della Gran Bretagna).

Paolino di Milano (Fu segretario e biografo di Sant’Ambrogio e gli è dedicata una strada nel capoluogo lombardo. E’ incluso come santo nel calendario liturgico ambrosiano, ma non è citato nella Bibliotheca Sanctorum).

Da quanto ho potuto verificare tutti questi santi “Paolino”, godono di una venerazione molto circoscritta, contrariamente al nostro Santo Vescovo, di cui la semplice memoria o la venerazione si riscontrano in molte regioni italiane, anche distanti tra di loro, come già abbiamo informato in due nostre pubblicazioni: Lombardia (Salò), Marche (Senigallia, Falerone), Lazio ( Roma, Fondi), Campania ( Nola, Pompei, Napoli, Villamaina, Acciaroli,), Calabria (Reggio ), e soprattutto Sicilia, dove è il protettore di tutti gli operatori agricoli (Palermo, Monreale, Misilmeri, Carini, Partinico, Termini Imerese, Enna, Messina, Milazzo, Barcellona, Mongiuffi-Melia, Sciacca, Torregrotta, Mili Marina, Sutera, Campofranco,).