E’ MORTO LUCIANO DE CRESCENZO

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Napoli piange il suo ingegnere filosofo che ci ha lasciatO a 90 anni.

luciano de crescenzo P 850x1360N.R. - 19.07.2019 - «Il mare nei suoi occhi, il Vesuvio nel suo cuore», così padre Giovanni Paolo Bianco, il giovane parroco di Santa Chiara, ha voluto descrivere Luciano De Crescenzo nel giorno dei suoi funerali.

La basilica gotica nel cuore del centro antico di Napoli è gremita, strapiena di napoletani che hanno voluto tributare l'ultimo saluto a un partenopeo vero, autentico, capace di raccontare una città fiabesca, colma di valori e di umanità, definita addirittura «L'ultima speranza dell'umanità».

Noi vogliamo ricordarlo con un articolo de IL MATTINO del 15 dicembre 2017 - Mexicajurnalist di Marco Ciriello.

DE CRESCENZO: SOCRATICO-MARADONIANO

luciano de crescenzo jpg 351x0 crop q85Voleva fare il cantante, ma ha avuto tre vite che l’hanno portato altrove, non senza compagnia musicale: ingegnere, scrittore, regista. Luciano De Crescenzo – oggi quasi novantenne – è tra i pochi ad aver davvero acchiappato Napoli, sulla pagina, nello schermo e prima con la fotografia. Un grande amore, che, forse, solo Isabella Rossellini è riuscita a interrompere a tratti – creando piccole distanze ogni volta che tornava – quello tra la città e l’ingegnere che raccontava la filosofia al popolo. Per lui «Napoli è una componente dell’animo umano» che è convinto di trovare in ogni persona, anche non napoletana. Come è convinto nonostante i mali di Napoli coprano i palinsesti televisivi, in una “Gomorra” continua, che «Napoli è ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana». In fondo la sua discussione col camorrista (Nunzio Gallo) in “Così parlò Bellavista” (film di culto, oggi) rimane la più bella opposizione al male fatto in casa. «Nei miei libri ho sempre cercato di raccontare la bellezza e la passione di Napoli, senza però trascurare le sue contraddizioni». De Crescenzo rappresenta anche una Napoli gaudente che sta sparendo, in una normalizzazione che si lascia alle spalle “il miracolo” e cerca il progetto. È rimasto un uomo curioso, gioiosamente in allerta, sempre pronto a teorizzare, sempre pronto a giocare. De Crescenzo è la leggerezza che consente di andare oltre il dolore, che tiene a bada la malinconia, e che tenta di darsi una risposta anche quando mancano le parole. E buona parte di quelle dette sono nel documentario di Antonio Napoli, da poco nei cinema, “Cosi parlò De Crescenzo”, che riassume le sue tre vite da uomo d’amore.

Ora che tutti parlano di filosofia sarriana, possiamo dire che Maurizio Sarri è un erede del professor Bellavista? E se sì, dove si incontrano i due?

«Non so se possa definirsi in senso stretto un erede del professor Bellavista, di sicuro però i due hanno alcuni punti in comune, sono entrambi napoletani, particolare che non è da sottovalutare, ed hanno una notevole capacità di trasmettere e insegnare le proprie teorie filosofiche e di gioco».

Che differenza c’è tra quel Napoli che le ha regalato uno dei giorni più belli della sua vita – vincendo lo scudetto – e questo che rischia di vincerlo?

«Non sono del tutto sicuro che oggi un singolo campione basterebbe per vincere un campionato. Nel calcio moderno il rendimento di una squadra è dato per metà dalle qualità tecniche dei giocatori e per metà dalla grinta e compattezza con cui la squadra affronta la partita. Ora però, per ottenere questa determinazione è necessario che tutti i giocatori sentano di appartenere a un unico complesso».

Lei preferisce questo Napoli catalanolandese dove tutti hanno una funzione o quello Maradoniano con l’eroe solitario?

«Maradona è il genio assoluto, un condottiero, un Achille dei nostri giorni, con il suo coraggio e i suoi punti deboli. La squadra di Sarri invece, è una perfetta macchina da guerra, ogni giocatore sa esattamente qual è il suo ruolo. Ovviamente sono di parte, ma penso che il gioco del Napoli sia in questo momento tra i più belli d’Europa, non ci si annoia mai».

Napoli è ancora pagana, secondo lei, o si sta adeguando, a cominciare proprio dal calcio?

«Napoli è ancora pagana, ma non rinuncia alla fede, solo che invece di affidarsi a Dio, i napoletani ricorrono ai Santi. Per quel che mi riguarda, io, invece, tra tutti, preferisco la Madonna, e resti tra noi, è a lei che ho raccomandato questo campionato».

Se fosse chiamato a scegliere tra Maradona o Socrate?

«Non me ne voglia Maradona, ma probabilmente sceglierei Socrate, lui più di tutti ha influenzato la mia carriera di scrittore. La sua coerenza in vita e nell’accettare la condanna a morte non è sicuramente da tutti».

E tra Renato Caccioppoli e Federico Fellini?

«Entrambi, ognuno a modo proprio, hanno determinato alcune scelte della mia vita. Per questo se scegliessi uno dei due, mi sembrerebbe di fare un torto all’altro».

Sa che al Napoli si rimprovera un eccesso di bellezza senza il realismo della vittoria, non è che stiamo sopravvalutando i vincitori? Torniamo sempre alla storia di Tonino Capone, quello che avendo guadagnato abbastanza andava al mare chiudendo il negozio, senza mai diventare Pirelli.

«Il realismo della vittoria è di sicuro importante, ma senza l’estetica del bel gioco si corre il rischio di annoiarsi».

E non siamo uomini di noia. Cosa avrebbe detto a Nietzsche se l’avesse conosciuto? (Non dimentichiamo che il momento del suo collasso mentale avviene a Torino).

«Nietzsche sosteneva che la rovina dell’uomo è nella sua razionalità. Ecco, forse se invece di trattenersi a Torino fosse venuto a Napoli, probabilmente per lui le cose sarebbero andate diversamente».

Lavorare all’Ibm era un po’ come giocare nella Juventus? (Non sto giustificando Gonzalo Higuain).

«Se per lei lavorare all’Ibm è come giocare nella Juventus, allora io rispetto ad Higuain ho fatto un percorso inverso».

Cosa deve alle donne della sua vita?

«Le donne che hanno contato di più nella mia vita sono quelle che mi hanno aiutato a capire la differenza tra l’amare e il voler bene. Ebbene, delle donne che ho amato, mi resta solo un ricordo, mentre quelle a cui ho voluto bene, fanno ancora oggi parte della mia vita».

Lei è stato tra i primi italiani ad usare un computer, nel 1995 spiegava Internet in tivù al paese, ma se oggi dovesse rimanere di nuovo chiuso in ascensore con Cazzaniga, starebbe sul suo smartphone a twittare o parlerebbe come allora, sciogliendo le ostilità?

«Sono da sempre un sostenitore della tecnologia, anche perché ha scandito il tempo della mia prima vita, quella da Ingegnere, però se rimanessi oggi in ascensore con Cazzaniga preferirei di sicuro il dialogo alla comunicazione online. Ciò non toglie però, che mi affiderei comunque alla tecnologia, infatti userei lo smartphone al posto della candela».

Oggi che è innegabile la sua valenza culturale, e il suo essere tra i grandi napoletani del secolo, se dovesse sceglierne altri 5 – di grandi napoletani – Quali sceglierebbe?

«Primo tra tutti, Renato Caccioppoli, perché è stato il mio mentore. Poi Salvatore Di Giacomo, perché ha scritto i versi della mia canzone preferita: “Era de Maggio”. Eduardo De Filippo e Totò perché mi hanno insegnato, anche se in modo diverso, a sorridere. E per finire Vittorio De Sica, perché ha portato sul grande schermo l’anima di Napoli».

Che cosa è mancato nella lunga e bella vita di De Crescenzo?

«Tirando le somme, non mi posso lamentare, anche se, detto tra noi, c’è stato un momento della vita in cui avrei voluto fare il cantante… e non ero nemmeno così stonato. Forse avrei preferito qualche acciacco in meno, ma posso ritenermi di sicuro fortunato. Del resto, sono nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia e le prime cose che ho visto, sono state il mare e il Vesuvio. Se non è fortuna questa!»