Angolo Opinioni

L’area archeologica di Abellinum. Riprendere il filo di una visione strutturale

Luca BattistaAi margini di un convegno organizzato dalla Pro Loco di Atripalda. Pubblichiamo il contributo di Luca Battista - Senior Project Architect presso FLarch Progetti Guerriero&Battista. Pubblicato su Linkedin il 15 luglio 2018.

La necessità di un continuo confronto

La Pro Loco di Atripalda ed il settimanale il Sabato hanno avviato un ciclo di incontri con diverse tematiche all’ordine del giorno: interessante e meritevole di attenzione. Il patrimonio archeologico della città sul fiume Sabato, con l’area archeologica della Civita, della antica città di Abellinum, è stato oggetto di una discussione, in continuità con un dibattito che da diversi anni, vede protagonisti attori istituzionali, associazioni e rappresentanti della società civileIl momento storico, con i cambiamenti a livello governativo, ma anche a livello provinciale, e più esattamente comprensoriale, con il cambio politico alla guida della città di Avellino, forse, rendono ancor più attuale e proficuo tale confronto.

Abellinum : dalle parole ai fatti

Al dibattito pubblico, o per meglio dire al convegno, visto che purtroppo non è stato possibile allargare il confronto al numeroso pubblico intervenuto, hanno portato il loro contributo il consigliere comunale Salvatore Antonacci, delegato dal sindaco; Giuseppe Spagnuolo; la dott.ssa Maria Fariello, funzionaria in quiescenza della Sovrintendenza, massima esperta del parco archeologico Abellinum; il senatore del Movimento Cinque Stelle, Ugo Grassi, direttore del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli “Parthenope”; il presidente della Pro Loco di Atripalda, Lello Labate, l’associazione che si occupa attualmente della promozione turistica e culturale del sito archeologico e l’imprenditore Pasquale Pennella, portatore degli interessi dei proprietari dei terreni vincolati della Civita. Dalle parole ai fatti è stato l’incipit del convegno. Si coglie l’opportunità per offrire, seppure modestamente, un contributo.

L’area archeologica di Abellinum: testimonianze e valori

bellinum 1A CopiaL’Area archeologica della Antica Abellinum, si estende sul pianoro della Civita per una superficie di circa 25 ettariLe campagne di scavo sistematico, iniziate negli anni settanta del secolo scorso, hanno reso possibile la fruizione di una parte significativa della cinta muraria in opus reticulatum di età tardo repubblicana dell’ epoca romana; una grande Domus Signorile di circa 2500 mq, di tipo ellenistico-pompeiana, databile al I sec. a.c.;  tracce del foro e delle terme con resti del Calidarium (l’ambiente caldo). Oltre che monumenti funerari, tombe, mausolei, necropoli e la basilica paleocristiana di capo La Torre del IV sec. d.c., rinvenute in varie zone dell’attuale centro antico ed oltre nel centro urbano. Sotto terra resta l’intera città antica, il cui impianto urbano, pianificato secondo il sistema dei cardini e dei decumani, è stato chiaramente ipotizzato.

Il significato di un Parco Archeologico Urbano

La prima amara osservazione è legata alla dimensione temporale, che investe la non piena valorizzazione ed utilizzazione dell’importante area archeologica, pari alla metà dei 50 ettari scavati a Pompei. Un Parco Archeologico Urbano è l’ipotesi programmatica e progettuale che ha visto impegnati, con metodo concertativo, Sovrintendenza e Comune di Atripalda. Gli obiettivi dell’auspicato Parco Archeologico Urbano sono molteplici: dal salvaguardare, valorizzare e promuovere i beni culturali, anche minori e meno conosciuti, presenti in città e nel territorio, alla incentivazione ed incremento delle presenze turistiche; al migliorare l’accessibilità e la fruibilità dei beni culturali e della città in generale, fino all’ innalzamento del livello, in termini qualitativi e quantitativi, dei servizi turistici e di accoglienza.

Abellinum 2 CopiaIl Parco Archeologico Urbano è organizzato secondo un programma di interventi, materiali ed immateriali, infrastrutturali e di servizi, che, seppur funzionalmente indipendenti, sono legati tra di loro e rappresentano, in molti casi, l’uno il completamento dell’altro. Dal proseguimento degli scavi archeologici e del conseguente restauro, alla realizzazione di percorsi archeologici urbani definiti con segnaletica, indicazioni puntuali sui beni visitabili, miglioramento dell’accessibilità e della fruibilità di alcuni siti o elementi, ad esempio in proprietà private, o nascosti da superfetazioni, etc., fino alla proposizione di Realtà Virtuali Aumentate, fruibili da applicazioni su dispositivi smart, da totem urbani multimediali e così via.

I costi di tale progetto oscillano tra diverse cifre dichiarate dai riferimenti istituzionali: dai 20 milioni di euro, come evidenziato dal consigliere delegato Antonacci, ai circa 8 milioni di euro, citati dalla dott.ssa Fariello. Il progetto è stato inserito nella programmazione strategica dell’Area Vasta di Avellino, nell’ambito del Tavolo del Turismo, legato al programma integrato “Terra di fede, sapori ed emozioni: da Montevergine alle vie del vino”. Con la previsione del completamento del Parco Archeologico per 3 milioni e mezzo di euro e la realizzazione di un Centro polivalente per la divulgazione e promozione e valorizzazione del Parco archeologico per ulteriori 3 milioni di euro.

Volontariato e fruizione

Ad oggi, l’Area Archeologica vive sull’impegno dei volontari della Pro Loco, che tra diverse difficoltà e inadeguatezza dei luoghi di accoglienza (l’ingresso dell’area archeologica è caratterizzato da indecorosi container risalenti al dopo terremoto dell’Irpinia , 1980), ricevono e guidano anche 2000 visitatori all’anno. Numeri non secondari in considerazione che l’Area archeologica è di fatto fuori da ogni circuito turistico archeologico della Campania.

Una visione programmatica: alle origini del Parco Urbano Archeologico

Dopo oltre dieci anni, si è quantomeno concretizzata una ipotesi progettuale, che era stata prevista nella stagione amministrativa del Sindaco Rega. Nella metà degli anni duemila, in conseguenza della applicazione della Legge Regionale 26 del 2002, - la prima organica norma regionale di natura urbanistica che ha dettato i principi, i metodi e le linee guida per creare condizioni virtuose al fine di riqualificare i centri storici, dopo gli anni della ricostruzione post-sismica - contribuimmo con il nostro lavoro, a far dotare Atripalda del Programma di Valorizzazione del Centro Storico e della Catalogazione dei Beni Architettonici Storici e Culturali, oltre che del Piano del Colore, ancora vigente.

Quella stagione di pianificazione particolareggiata si interruppe nella fase di elaborazione del Programma Integrato di Riqualificazione Urbanistica Edilizia ed Ambientale, dove nella stesura preliminare agli atti del Comune, tra le strategie ed obiettivi perseguibili venivano indicati i nodi e le relazioni urbane con l’area archeologica, la necessità di creare e valorizzare un Percorso Archeologico Urbano, con la connessione prioritaria al Parco ed al Palazzo Caracciolo.

La centralità di una pianificazione integrata: tra urbanistica e programmazione territoriale

Tale ipotesi progettuale, oltre che dei finanziamenti, sembra ancora manchevole di un chiaro inquadramento nell’ambito di una pianificazione e programmazione urbanistica e coordinamento territorialeIn realtà la dimensione del Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, individua tra gli elementi cardine del Sistema di Città Abellinum, composto da dieci centri: Avellino, Atripalda, Mercogliano, Monteforte, Manocalzati, Prata, Pratola Serra, Capriglia Irpina, Grottolella e Montefredane, proprio il Sistema dei Beni Culturali, dove l’Area Archeologica di Abellinum, costituisce vero baricentro da cui innescare politiche di valorizzazione. Fa parte integrante della direttrice strategica del turismo culturale dell’intera provincia di Avellino, oltre che trovarsi al centro del Circuito enogastronomico della strada del Vino Fiano.

Dunque il primo passo concreto è quello di innescare un processo tangibile di pianificazione urbanistica, dove in una logica strutturale allargata all’intero Sistema di Città, l’area archeologica di Abellinum sia invariante strutturale di ogni scelta operativa. Ad esempio, creando condizioni anche di valorizzazione “perequativa” di quelle aree del pianoro di proprietà privata; riconoscendone un peso in termini di surrogati diritti edificatori da poter trasferire in altri ambiti territoriali, in cambio non necessariamente della cessione al pubblico di aree cosiddette compensative, ma anche della realizzazione da parte di chi usufruirà di tali diritti edificatori, di opere necessarie alla fruizione degli scavi o al finanziamento stesso di ulteriori campagne di scavo. Il punto essenziale è quello di costruire norme e meccanismi regolamentari, che non necessariamente si rivolgano solo all’interno del territorio atripaldese, i cui eventuali comparti di trasformazione edilizia dovrebbero concentrarsi sul già costruito, considerato l’impossibilità di consumare ulteriore suolo. In questa ottica, sembra acquisire valore il tema della programmazione di Area Vasta. Dunque non un elenco, più o meno coordinato, di interventi da farsi finanziare, ma un vero e proprio piano strutturale di un sistema di città, dove distribuire i pesi insediativi, sia in termini residenziali che produttivi, che terziari, perseguendo la logica di una sistema di città come rete distribuita, favorendo collaboratività, competitività ed assenza di gerarchia tra i vari nodi urbani.

L’azione necessaria del Comune di Atripalda

In questa ottica la città di Atripalda, a fronte di un investimento decisamente più modesto, rispetto alla realizzazione seppur per parti, del Parco Archeologico Urbano, potrebbe definire e rendere operativo un Programma Integrato di Riqualificazione Edilizia ed Ambientale, inteso come uno strumento urbanistico programmatico ed attuativo, di rilevante valenza urbanistica ed edilizia, contenente norme di carattere tecnico, finanziario e gestionale. Detto strumento innovativo, previsto dalla già citata Legge Regionale 26/2002, consente di valorizzare e pianificare risorse economiche pubbliche e private, finalizzate al recupero ed al riassetto urbano di ambienti degradati o comunque non valorizzati e scarsamente utilizzati. La sfida di Atripalda è quello di mettere al centro della pianificazione proprio l’area archeologica di Abellinum, spostando l’accento dai singoli progetti di tutela alla territorialità delle azioni e alla programmazione unitaria della manutenzione del luogo urbano od ambientale, che si caratterizza e costituisce attraverso l'identità locale. Affrontando così il problema della pianificazione e della programmazione per progetti, come avviene da decenni in altri paesi europei, a garanzia della qualità, della fattibilità e della partecipazione agli interventi di innovazione e trasformazione della città e del territorio.

Per una cooperazione di comunità

Infine, terza ed ultima proposta possibile, pare evidente che l’Area Archeologica di Abellinum possa ben considerarsi un bene comune inteso come bene, materiale ed immateriale, che i cittadini e l'amministrazione riconoscono essere funzionali al benessere della comunità e dei suoi membri, all'esercizio dei diritti fondamentali della persona ed all'interesse delle generazioni future, attivandosi di conseguenza nei loro confronti ai sensi dell'articolo 118 comma 4 della Costituzione, per garantirne e migliorarne la fruizione individuale e collettiva. Ecco, in perfetta continuità, con quanto già in essere tra Sovrintendenza e Pro Loco, potrebbe sperimentarsi la scrittura di un vero e proprio Patto di Collaborazione, che vada oltre le semplici visite guidate, per analizzare, studiare ed individuare l'ambito degli interventi di cura, rigenerazione o gestione condivisa del bene, innescando processi di formazione da parte della Sovrintendenza verso giovani studiosi, archeologici, conservatori, operatori del turismo ed immaginando anche un processo di “autocostruzione”, ad esempio dei manufatti dedicati all’accoglienza ed ai servizi; attivando laboratori di progettazione, coinvolgendo imprenditori ed artigiani, che materializzerebbero architettura “a bassa definizione”, rendendo tangibile un processo di valorizzazione economica rigenerativa e solidale, a basso costo, sostenibile, in cambio di un contributo volontario alla costruzione di un concreto avvio di un’epoca di cittadinanza attiva.